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Codex Vaticanus (Biblioteca Vaticana)

   Il Codice Vaticano è uno dei più antichi manoscritti esistenti della Bibbia greca (Vecchio e Nuovo Testamento). Il Codice prende il nome dal suo luogo di conservazione nella Biblioteca Vaticana, dove è stato conservato almeno dal XV secolo. È scritto su 759 foglie di pergamena in lettere unciali ed è stato datato paleograficamente al IV secolo.
 
    Si ritiene che il manoscritto sia stato ospitato a Cesarea nel VI secolo, insieme al Codex Sinaiticus, in quanto hanno le stesse divisioni uniche dei capitoli degli Atti. Venne in Italia - probabilmente da Costantinopoli - dopo il Concilio di Firenze (1438-1445).
 
    Il manoscritto è stato conservato nella Biblioteca Vaticana (fondata da Papa Nicola V nel 1448) per tutto il tempo che è stato conosciuto, figurando nel primo catalogo della biblioteca del 1475 (con numero di scaffale 1209) e nel catalogo del 1481. In un catalogo del 1481 fu descritto come "Biblia in tribus columnis ex membranis in rubeo" (Bibbia pergamena a tre colonne).

Caratteristiche testuali del codice

Con riferimento al Nuovo Testamento, B può essere definito il manoscritto per eccellenza, il suo testo è considerato da tutti gli esperti della moderna critica testuale, a cominciare da Westcott ed Hort alla fine del XIX secolo, il migliore e più autorevole tra tutti quelli disponibili e avrebbe, sulla base delle analisi e dei confronti con gli altri documenti, una grande probabilità di essere conforme alle copie più antiche del NT. A fianco del testo del Nuovo Testamento il manoscritto ha dei segni diacritici (detti umlaut) che segnalano le lezioni originali del codice rispetto ad altri mss. Questi segni particolari erano già presenti nella prima mano del IV secolo e testimoniano che nella fase di compilazione del codice lo scriba ha tenuto conto dell’esistenza di altri manoscritti, evidenziando le differenze più significative con il testo che andava componendo e cercando di estrapolare da questi il testo considerato migliore. La presenza degli umlaut, pertanto, è una ulteriore prova del valore del testo del Codice Vaticano B per la filologia neotestamentaria.
Le analisi degli esperti dimostrano che sicuramente il testo è di tipo neutrale-alessandrino, quindi molto affidabile, per quanto riguarda i quattro Vangeli e gli Atti degli Apostoli. Il testo neutrale-alessandrino dovrebbe essere quello più vicino ai primissimi manoscritti e in esso le armonizzazioni, le rielaborazioni e altre modifiche varie non dovrebbero aver influito in maniera pesante. In effetti il testo del Codex Vaticanus non è molto difforme da quello che possiamo leggere in manoscritti più antichi, come ad esempio il papiro P75 (Bodmer XIV-XV, più vecchio di 100-150 anni) contenente i Vangeli di Luca e Giovanni e questo testimonierebbe a favore della affidabilità del suo contenuto. P75 e Codex Vaticanus hanno moltissime analogie, tuttavia è improbabile che il Vaticanus discenda direttamente dal P75 ma è verosimile che entrambi abbiano avuto nella catena genealogica un antenato comune, molto antico. Anche il testo del papiro P66 (Bodmer II, 125-200 d.C.) contenente il solo Vangelo di Giovanni, sebbene difficilmente analizzabile nei dettagli a causa dei numerosissimi errori scribali, è considerato molto affine al Vaticanus.
Purtroppo il Vaticanus non può essere di aiuto per lo studio dell’Apocalisse perché questo libro manca nel codice. Nel caso delle lettere di Paolo la questione è alquanto complessa: già il Prof. Hort, alla fine del XIX, secolo descriveva il testo come “neutrale-alessandrino” con alcune evidenti varianti tipicamente inquadrabili nel testo “occidentale”, considerato un po’ meno affidabile del testo “neutrale-alessandrino” puro (questi argomenti sono discussi nella sezione di critica testuale). In realtà studi successivi hanno messo in evidenza la presenza di varianti che non sono né occidentali né neutrali e una forte concordanza tra B e il papiro P46 (180-200 d.C.) contenente le epistole di Paolo. G. Zuntz (cfr. The text of the Epistles: a Disquisition upon the Corpus Paulinum, 1953) ha definito perciò il testo del papiro P46 e del Vaticanus, per quest’ultimo limitatamente al corpus paolino, come proto alessandrino. Alcuni chiamano questo tipo di testo come P46+B per distinguerlo dal testo neutrale alessandrino puro. Per le epistole cattoliche (Giacomo, Pietro 1&2, Giovanni 1,2,3 e Giuda) il testo è considerato buono, molto vicino al testo neutrale, anche se generalmente è preferito in questo caso il testo del codice A.

 

 

     ... le governerà con scettro di ferro
                           ...come argilla si frantumeranno ...
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