Il Testamento di Dio

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I papiri Bodmer
 
 
I papiri Bodmer (dal nome del proprietario, M. Martin Bodmer noto anche come P.Bodmer XIV-XV) sono stati acquistati da un rivenditore in Egitto negli anni '50 e '60. I papiri biblici Bodmer (o Dishna Papers) furono scoperti sette anni dopo i codici Nag Hammadi nelle immediate vicinanze (nella piana di Dishna, a est del fiume Nilo). (Dishna è a metà strada tra Panopolis e Tebe). Nel 1945 i manoscritti di Nag Hammadi furono trovati a Jabal al-Tarif (appena a nord di Chenoboskion, vicino alla città di Nag Hammadi, dove furono per la prima volta scoperti). Nel 1952 i papiri di Bodmer furono trovati a Jabal Abu Manna che si trova anche a nord della piana di Dishna, dodici chilometri a est di Jabal al-Tarif. È abbastanza probabile che tutti questi manoscritti facessero parte di una biblioteca di un monastero di Pachomio. A pochi chilometri da Jabal Abu Manna si trovano le rovine dell'antica Basillica di Pacomio (a Faw Qibli). I papiri del Nuovo Testamento in questa raccolta sono i seguenti: P66 (circa 150, contenente quasi tutti Giovanni), P72 (terzo, avendo tutti 1 e 2 Pietro e Giuda), e P73 (Matteo), P74 (Atti, Epistole generali) e P75 (Luca e Giovanni, 175-200 circa). Questi manoscritti furono esaminati estensivamente da studiosi come Colwell, Fee, Kubo, Aland, Porter e Royse. Risale alla prima metà del III sec. il testo è molto simile a quello del Codex Vaticanus (325 d.C. circa), anzi esso è il documento che concorda maggiormente con quel codice e viceversa.
 
Il papiro P75 è uno dei documenti più importanti del NT, sia per la sua antichità, sia per la somiglianza con il Codex Vaticanus sia per il fatto che appare opera di un copista competente e professionale. Tra i vari papiri è considerato certamente il migliore ed il più attendibile. È considerato dalla moderna critica testuale come uno dei documenti principali su cui costruire il testo del NT.
Per capire la natura eccezionale del papiro, può essere utile accennare al contesto storico in cui è stato prodotto.
Poco dopo la metà del primo secolo, a misura che i primi discepoli di Gesù lasciavano questo mondo, cominciò ad affiorare nelle comunità cristiane l'esigenza di «stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio» (Lc 1, 1-2). Nascono così, negli ultimi anni del primo secolo, i Vangeli (i quattro Vangeli canonici, beninteso, ma anche altri testi analoghi, di cui sussistono soltanto frammenti).
La tradizione antica e la critica moderna sono unanimi su un punto: i quattro Vangeli canonici sono stati composti in luoghi e circostanze diversi e sono stati riuniti in un unico corpus in qualche momento del II secolo. Le prime avvisaglie di ciò che poi sarebbe diventato il Nuovo Testamento sono molto antiche: negli anni tra il 95 e il 98, la Chiesa di Roma inviò alla Chiesa di Corinto una lettera, nota come la Prima lettera di Clemente, in cui si accenna alle lettere di san Paolo ai Corinzi in una maniera che ribadisce il loro valore normativo e pubblico, implicando così che venivano lette nelle assemblee liturgiche. Successivamente, verso la metà del II secolo, san Giustino martire precisa che durante la Celebrazione Eucaristica si leggevano «le memorie degli apostoli e gli scritti dei profeti» (1 Apologia 67, 3). Il termine «memorie», a prima vista enigmatico, si chiarisce analizzando le opere di san Giustino, che lo utilizza in genere per introdurre passi tratti dai Vangeli o da tradizioni evangeliche. Poiché in uno scritto come l'Apologia, indirizzato a un pubblico pagano, la parola «Vangelo», vale a dire «Buona Novella», sarebbe stata semplicemente incomprensibile, san Giustino aveva preferito ripiegare su una designazione ben attestata nella tradizione classica.
Pochi anni dopo, prima della fine del II secolo, sant'Ireneo Vescovo di Lione e martire afferma in un celebre passo che «Poiché il mondo ha quattro regioni e quattro sono i venti principali (...) il Verbo creatore di ogni cosa (...) rivelandosi agli uomini, ci ha dato un Vangelo quadruplice, ma unificato da un unico Spirito (...), quello secondo Giovanni (...), quello secondo Luca (...), quello secondo Matteo (...), quello secondo Marco (...). Quadruplice è il Vangelo, e lo è anche l'azione del Signore. Per questa ragione sono state date quattro alleanze generali al genere umano» (Contro le eresie III 11, 8). In poche parole, per il Vescovo di Lione esistono quattro Vangeli canonici, e non possono essercene né di più né di meno.

Il “corpus” dei Vangeli
Il passo di sant'Ireneo tace sulla forma concreta sotto la quale si presentava questo canone dei quattro Vangeli. Su questo punto, la testimonianza del Papiro Bodmer 14-15, scritto nei primi anni del III secolo, è fondamentale: si tratta del più antico manoscritto che contiene due Vangeli e questo fatto implica, come si vedrà, che ormai i quattro Vangeli circolavano insieme.
Quest'ultima affermazione diventa comprensibile soltanto se si compie un salto all'indietro, verso il mondo classico. Negli ambienti greco-romani, i testi formali venivano trasmessi esclusivamente su rotoli di papiro, mentre quelli informali (conti, appunti, ricevute...) si trascrivevano su altri tipi di supporti, come tavolette di cera o frammenti di ceramica (ostraca). Durante il primo secolo d.C. diventano comuni i «taccuini», composti di fogli sovrapposti, piegati e uniti insieme da una cucitura o da uno spago. Questi manufatti, di origine pagana, vengono molto presto adottati dai cristiani, come si apprende da un famoso passo deuteropaolino, in cui si chiede a Timoteo di non dimenticare «i quadernetti», cioè degli appunti (2 Tm 4, 13). Questo nuovo formato, in un unico quaderno, aveva enormi vantaggi rispetto al rotolo tradizionale: maggiore capacità unita a minore ingombro e a costi più contenuti, e, nel contempo, agevolava la consultazione e la lettura di un passo determinato, tutti fattori importanti per la lettura pubblica durante le celebrazioni liturgiche.
Il Papiro Bodmer 14-15, formato in origine da 36 bifogli sovrapposti per un totale di 144 pagine, è il più antico reperto che contiene insieme il testo di due Vangeli, quello di Luca e quello di Giovanni. Ma perché, ci si potrà chiedere, non li conteneva tutti e quattro? Il motivo sta nei limiti della nuova tecnica che, pur avendo una capacità praticamente doppia rispetto al rotolo classico di papiro, costituiva ancora una struttura fragile che tendeva inevitabilmente a spezzarsi lungo la piega, soprattutto se il numero dei bifogli utilizzati superava la cinquantina. Un codice di questo tipo poteva cioè contenere poco più di due Vangeli. Ma, poiché tutte le liste dei Vangeli cominciano da quello di Matteo, si può sospettare che assieme al papiro superstite, sia stato confezionato anche un altro volume, ormai del tutto perduto, che riportava gli altri due Vangeli mancanti, quello di Matteo e quello di Marco.

Un manoscritto liturgico
Perché è stato copiato il Papiro Bodmer 14-15? La fattura modesta del codice, evidenziata dalla preoccupazione di non sprecare spazio che dimostrano i margini, molto contenuti, e la mancanza di decorazioni, ben si concilia con un uso pratico. Il manufatto era quasi sicuramente destinato a una piccola comunità, una «parrocchia» egiziana di lingua greca che, come è abituale in tutte le liturgie cristiane, leggeva il Vangelo durante la Celebrazione Eucaristica.
Ma, ben presto, questo uso frequente ha finito per danneggiare la fragile struttura del papiro, che ha cominciato, forse nel giro di un secolo, a perdere fogli, al punto che attualmente contiene circa la metà del testo dei due Vangeli. Cosa si poteva fare allora con un manoscritto diventato del tutto inutilizzabile, ma che conteneva il testo sacro per eccellenza, i Vangeli? Consapevole verosimilmente dell'antichità del codice, qualcuno ha preso una decisione estrema: dargli una modesta legatura, che è stata rafforzata formando un «cartonnage» con i resti dei primi e degli ultimi fogli superstiti. In queste condizioni, inutilizzabile come libro, ma, come dimostrano esempi analoghi, probabilmente venerato come reliquia, il papiro è stato conservato, forse a partire dal V secolo, nella biblioteca di un monastero pacomiano del Medio Egitto.
Più tardi, di fronte a un pericolo indeterminato, probabilmente l'invasione araba dell'Egitto, è stato nascosto attorno all'anno 700 in un poggio che lo tenesse al riparo dalle piene del Nilo e lì ha atteso pazientemente, assieme a una quarantina di altri volumi greci e copti, contenenti opere sacre e profane e papiri documentari, di essere scoperto attorno al 1952 dagli abitanti di un villaggio vicino.

Il viaggio verso Ginevra
Attraverso un itinerario labirintico, ma di cui è stato possibile ricostruire le principali tappe, i manoscritti sono stati esportati dall'Egitto negli anni 1955-56. In occidente sono stati acquistati da un certo numero di collezioni pubbliche e private, di cui la parte del leone l'hanno avuta le raccolte dello svizzero Martin Bodmer, la cui biblioteca si trova a Cologny, nei pressi di Ginevra, e dell'irlandese Sir Alfred Chester Beatty, fondatore dell'omonima biblioteca a Dublino. Altri volumi sono attualmente dispersi in varie raccolte pubbliche e private.L'annuncio della scoperta, avvenuto negli ultimi anni '50, provocò una certa sensazione negli ambienti specialistici, sensazione mitigata dal fatto che nei precedenti decenni il suolo egiziano aveva restituito altri due gruppi consistenti di manoscritti vincolati con il cristianesimo antico. Nel 1930 erano stati scoperti a Medinet Habu alcuni codici copti prodotti dai manichei e nel 1948 era stata ritrovata la biblioteca gnostica di Nag Hammadi, un gruppo di manoscritti copti, che contenevano, tra l'altro, il Vangelo di Tommaso, un'opera definita frettolosamente come «il quinto Vangelo» dai mezzi di comunicazione dell'epoca.

Svolta nella storia del testo dei Vangeli
Dietro iniziativa della Fondazione Bodmer, la trascrizione del testo del Papiro Bodmer 14-15 è stata pubblicata assieme a un facsimile nel 1961. Secondo una prassi consolidata ormai da un secolo, il papiro ha ricevuto una sigla ufficiale nella lista dei testimoni greci del Nuovo Testamento e negli ambienti specializzati è noto attualmente come P75.
L'analisi spassionata del testo di P75 non ha fatto che confermare la sua importanza fondamentale per la storia del testo dei Vangeli. E qui è necessario fare un nuovo salto all'indietro. Prima della scoperta dei papiri neotestamentari, che nel 2006 sono ormai diventati 118, le edizioni critiche dei Vangeli si fondavano in larga misura su due manoscritti greci scritti in una maiuscola nel IV secolo: il «codice B», custodito dalla Biblioteca Vaticana (Vat. gr. 1209), e il codice Sinaitico (British Library, Addit. 43725, «codice »), proveniente dal Monastero di Santa Caterina, ma conservato quasi per intero presso la British Library di Londra. A lungo si era pensato che il testo di questi due manoscritti imparentati, realizzati nello stesso scrittorio di Cesarea di Palestina, fosse il risultato di una «revisione» operata agli inizi del IV secolo. Ma P75 ha smentito questa ipotesi, dimostrando che lo stesso tipo di testo era ormai arrivato fino in Egitto agli inizi del III secolo. La conferma dell'attendibilità dei grandi manoscritti del IV secolo si riflette su quella delle edizioni critiche moderne. Ciò implica che il testo del Nuovo Testamento è giunto fino ai nostri giorni in condizioni estremamente accettabili, incomparabilmente migliori rispetto a quelle di qualsiasi altro testo non biblico dell'antichità.

Un testimone egiziano?
Ma è proprio sicuro che P75 sia stato prodotto in Egitto? La risposta è certamente affermativa. Sebbene confermi in genere il testo dei grandi manoscritti palestinesi del IV secolo, P75 presenta anche alcune piccole varianti che lo apparentano indubbiamente alla tradizione egiziana, rappresentata dalle traduzioni copte. Ad esempio, nella parabola del ricco e di Lazzaro (Lc 16, 19-31) è l'unico testimone greco che indica che il ricco si chiamava N(in)ive; in Gv 10, 7, invece di scrivere, «Io sono la porta delle pecore», il papiro riporta la variante «Io sono il pastore...». Entrambe le lezioni sono quasi esclusive della tradizione copta.Questo fatto consente di precisare qualche particolare della confezione di P75 e, al tempo stesso, di intravedere alcune delle tappe che lo separano dagli originali dei due Vangeli. Abitualmente, il papiro viene fatto risalire al primo quarto del III secolo; questa datazione è affidata ad argomentazioni paleografiche, dedotte cioè dalla scrittura impiegata dallo scriba professionista che l'ha eseguito. Tuttavia, come spesso succede in casi analoghi, si tratta soltanto di una congettura, che attende di essere confermata dalla scoperta di reperti simili, poiché la già menzionata tecnica codicologica del quaderno unico in Egitto è stata usata per manoscritti poveri almeno fino alla fine del IV secolo, che è la data più probabile di alcuni dei manoscritti di Nag Hammadi.
Ma cosa si oppone a proporre una data più alta e collocare il papiro nel pieno II secolo, come è stato proposto talvolta? La storia stessa del testo dei due Vangeli rappresenta probabilmente un ostacolo insormontabile. Come si è già detto, il papiro presenta delle varianti che indicano che è stato trascritto da un modello egiziano. Questo secondo codice, a sua volta, deve essere stato copiato da un più antico manoscritto dei due Vangeli che non aveva ancora quelle varianti caratteristiche. Ma, a sua volta, questo terzo codice, probabilmente eseguito fuori dall'Egitto, dipendeva non dagli originali perduti dei due Vangeli, bensì da una raccolta dei quattro Vangeli canonici, che deve essersi formata non prima della metà del II secolo (verosimilmente si tratta dello stesso modello dal quale dipendono, attraverso un'altra trafila, i già menzionati manoscritti del IV secolo). Anche ammettendo che si sia trattato di copie successive molto ravvicinate nel tempo (e le notizie che si hanno sull'espansione del cristianesimo in Egitto non contraddirebbero questa circostanza), è difficile ipotizzare che siano stati necessari meno di 50 anni perché il testo greco dei Vangeli raggiungesse una località abbastanza periferica, come quella in cui P75 è stato utilizzato da una sconosciuta comunità cristiana.

La ricerca su un manoscritto antico non può mai dirsi conclusa. Continuamente emergono fatti nuovi che confermano o smentiscono le ipotesi degli studiosi. Ma nel caso di P75 è successo un fatto che non è esagerato definire strabiliante. Il volume prodotto nel 1961 sotto gli auspici della Fondazione Bodmer lasciava intendere che tutti i frammenti del papiro fossero stati pubblicati nel facsimile e trascritti. Quando però il manoscritto è stato consegnato alla Biblioteca Vaticana, è emerso immediatamente, da una sommaria ricognizione, che la situazione attuale del papiro non è identica a quella descritta dal facsimile: alcuni frammenti dei fogli esterni sono stati recuperati da un restauro parziale del «cartonnage» avvenuto dopo la pubblicazione del 1961 e una trentina di frustoli attendono di essere identificati, mentre alcuni frammenti nuovi, di cui alcuni non piccolissimi, risultano non documentati.
Ricerche successive hanno dimostrato che almeno un frammento non riprodotto nel facsimile era già noto attorno al 1974.
Certamente P75, che ora riposa nella Riserva del Deposito dei manoscritti della Biblioteca Vaticana assieme a un suo compagno di vicissitudini, il Papiro Bodmer 8 (P72), cioè il più antico testimone delle Lettere di San Pietro, e al più antico testimone della traduzione copta dei Profeti minori, un altro reperto che probabilmente è stato ritrovato nelle stesse circostanze, (Pap. Vat. copto 9), non ha ancora svelato tutti i suoi segreti.
     ... le governerà con scettro di ferro
                           ...come argilla si frantumeranno ...
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