Il Testamento di Dio

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I codici della Bibbia

La Septuaginta (dal latino septuaginta, "settanta") è una traduzione della Bibbia ebraica e alcuni testi correlati in greco Koine. Il titolo (in greco: Ἡ μετάφρασις τῶν Ἑβδομήκοντα, letteralmente "La traduzione dei Settanta") e il suo acronimo romano LXX si riferiscono ai leggendari settanta anziani ebrei che traducevano esclusivamente i Cinque Libri di Mosè in Koine Greek al tempo di Tolomeo Filadelfo , (285-247 aC) per la biblioteca di Alessandria, in Egitto e nella comunità ebraica di Alessandria in generale, la maggior parte dei quali non parlava ebraico. La storia degli anziani invitati in Egitto e la traduzione è menzionata nella Lettera di Aristea, Giuseppe Flavio (Ant. Giud., XII, ii), Filone (De vita Moysis, II, vi) e il Talmud babilonese (Megillah 9a-9b).
Oggi, ci sono tre manoscritti principali della Septuaginta, esistenti: Codex Alexandrinus, Codex Sinaiticus e Codex Vaticanus. I manoscritti includono tutto il Tanach e alcuni libri apocrifi aggiuntivi che erano nella Bibbia ebraica, ma sono stati rimossi da esso durante il periodo talmudico. Tutti e tre i manoscritti sono disponibili online ora.

1) Codice Sinaiticus

Ma che Cos'è il Codex Sinaiticus?
Il significato letterale di "Codex Sinaiticus" è il libro del Sinai. La parola "Sinaitico" deriva dal fatto che il Codice è stato conservato per molti secoli nel monastero di Santa Caterina, ai piedi del Monte Sinai in Egitto.
Il Codice è il residuo di un enorme libro scritto a mano che conteneva tutte le scritture cristiane dell'Antico e del Nuovo Testamento, insieme a due testi cristiani del tardo primo secolo, il Pastore di Erma e l'Epistola di Barnaba. Questo libro era composto da oltre 1.460 pagine, ognuna delle quali misurava circa 41 cm di altezza e 36 cm di larghezza.
Poco più della metà del libro originale è sopravvissuta, ora dispersa tra quattro istituzioni: il Monastero di Santa Caterina, la British Library, la Biblioteca dell'Università di Lipsia (Germania) e la Biblioteca Nazionale della Russia a San Pietroburgo. Alla British Library la più grande porzione sopravvissuta - 347 foglie, o 694 pagine - include tutto il Nuovo Testamento.
Chi ha scritto il Codex Sinaiticus?
Gli studiosi moderni hanno identificato quattro scribi come responsabili della stesura del testo greco. Addestrati a scrivere in modi molto simili loro, e il loro contributo al manoscritto, sono stati distinti solo dopo un'attenta analisi della loro grafia, ortografia e metodo per marcare la fine di ciascuno dei libri della Bibbia.
Come nel caso della maggior parte dei manoscritti di questa antichità, non conosciamo né i nomi di questi scribi né il luogo esatto in cui hanno lavorato. I critici successivi hanno sostenuto che è stato realizzato in una delle grandi città del mondo greco-romano, come Alessandria, Costantinopoli o Cesarea in Palestina.
Durante la produzione del Codex, ciascuno degli scribi ha corretto il proprio lavoro e uno di essi ha corretto e riscritto parti di un altro. Queste correzioni contengono molte alterazioni significative e, insieme a ulteriori correzioni approfondite intraprese probabilmente nel settimo secolo, sono alcune delle caratteristiche più interessanti del manoscritto.
Tutti i testi scritti nel Codice sono in greco. Includono la traduzione dell'Antico Testamento nota come Septuagint. Il testo greco è scritto usando una forma maiuscola o maiuscola conosciuta come maiuscola biblica e senza divisione delle parole. Le pagine del Codice sono di pelle animale preparata chiamata pergamena.
Tra i codici completi più antichi che contengono tutta la Bibbia e in particolare il Nuovo Testamento si distinguono il Codex Vaticanus (detto anche Codice Vaticano “B”), il Codex Sinaiticus e il Codex Alexandrinus. Questi manoscritti – in greco – sono datati al IV o V secolo e sono le copie complete più antiche che si conoscono dell’A.T. e del N.T. Per quanto riguarda l’Antico Testamento si deve sottolineare che molti brani e addirittura interi libri vetero testamentari – scritti in ebraico ed aramaico e datati tra il III secolo a.C. e il I secolo d.C. – sono stati scoperti a Qumran località esplorata a partire dal 1947.
Come è arrivato il Codex alla British Library?
Le 694 pagine detenute dalla British Library furono acquistate per la nazione britannica nel 1933. Oltre la metà del prezzo pagato, £ 100.000, fu sollevata mediante una campagna di raccolta fondi pubblica. Il venditore, il governo sovietico di Joseph Stalin, vendette il Codice per ottenere il capitale straniero disperatamente necessario.

2) Codex Alexandrinus (British Library, Royal MS 1 D VII)

Finora la biblioteca britannica ha messo online solo il testo del volume 4 che contiene solo il Nuovo Testamento. Il Septuagint non è ancora online. Tuttavia, il Centro per lo studio dei manoscritti del Nuovo Testamento ha pubblicato le immagini per tutti i volumi online in bianco e nero dai facsimili del 1879 e del 1909 pubblicati dal British Museum.
Descrizione del Codex Alexandrinus dal sito web della British Library:
Il Codex Alexandrinus contiene la Septuaginta (la versione greca di Koiné dell'Antico Testamento) e il Nuovo Testamento, oltre ad alcune parti aggiuntive di testo che non compaiono nelle Bibbie standard, come parte delle Epistole di Clemente. Le righe di inizio di ogni libro sono scritte con inchiostro rosso e le sezioni all'interno del libro sono contrassegnate da una lettera più grande inserita nel margine. Le parole sono scritte continuamente in una grande mano unciale quadrata senza accenti e solo alcuni segni di respirazione. Contiene 773 pagine, 630 per l'Antico Testamento e 143 per il Nuovo Testamento. Ogni pagina misura 32 cm x 26,5 cm.
Codex Vaticanus (B)
   Scritto in greco, questo codice pergamenaceo contiene gran parte della Bibbia. Esso è anche chiamato Codice B e viene conservato a Roma presso la Biblioteca Apostolica Vaticana catalogato come Ms. Vat. gr. 1209. Secondo le analisi paleografiche e storiche è stato scritto nella prima metà del IV secolo, forse attorno al 325 d.C. dal momento che non include i Canoni di Eusebio (cliccare per accedere). Si ritiene che sia la copia completa più antica della Bibbia, escludendo i manoscritti in ebraico ed aramaico dell’A.T. rinvenuti a Qumran. Il codice è annotato in un catalogo della libreria vaticana per la prima volta nel 1475 ma prima di questa data non sappiamo con certezza nulla relativamente alla sua storia. Oggi quindi non consociamo dove sia stato originariamente scritto, gli studiosi pensano comunque che la provenienza sia dall’Egitto, forse da Alessandria, dove esisteva una importante comunità di ebrei e successivamente (dal II sec.) di cristiani. Secondo il papirologo Theodore C. Skeat, invece, il codice Vaticano e quello Sinaitico vennero scritti in Palestina a Cesarea, ma questa ipotesi si basa su indizi molto sottili. Eusebio di Cesarea (265-340 d.C. circa) nella Vita di Costantino scrive che l’imperatore verso il 331 d.C. gli ordinò di far preparare cinquanta copie delle Sacre Scritture su pergamena pregiata per rifornire le chiese di Costantinopoli, la nuova capitale dell’impero romano (Vita Constantini, IV, 36). Per questa ragione, oltre che per motivazioni paleografiche e linguistiche, è stato supposto che il Codice B (assieme al Sinaitico) fossero proprio due di questi antichi codici richiesti dall’imperatore Costantino e realizzati dalla scuola di Eusebio di Cesarea in Palestina.
Contenuto del codice
   Dell’A.T. manca la parte iniziale Gen 1-46:28, parte del secondo libro dei Re (manca 2 Re 2:5-7 e 2:10-13) e parte del libro dei Salmi (da 105:27 a 137:6). Del Nuovo Testamento manca la lettera agli Ebrei da 9:14 alla fine, mancano la prima e la seconda lettera a Timoteo, la Lettera a Tito (le due lettere a Timoteo e la lettera a Tito sono anche denominate “lettere pastorali”), la lettera a Filemone e l’Apocalisse. Per il resto il codice è completo.
Mancanza di Marco 16,9-20
   Un fatto notevole è che sia questo codice che il Codex Sinaiticus non comprendono gli ultimi versetti del Vangelo di Marco, da Mc 16:9 a Mc 16:20. Questi versetti sono molto importanti in quanto senza di loro il testo di Marco si concluderebbe senza le descrizioni delle apparizioni di Gesù dopo la risurrezione e con la frase “Esse [le donne in visita al sepolcro] erano spaventate.” (ἐϕοβοῦντω γάρ). Oggi la Bibbia della C.E.I., la Conferenza Episcopale Italiana, il cui testo è stato riveduto sulla base dei manoscritti più antichi disponibili, riporta come nota al vangelo di Marco: “I vv. 9-20 sono un supplemento aggiunto in seguito per riassumere rapidamente le apparizioni.”
Le pagine pergamenacee del Codice Vaticano (B) – che complessivamente sono 733 – misurano 27 ´ 27 cm. Il testo è organizzato in tre colonne per ogni pagina, ciascuna pagina comprende mediamente quaranta righe ed ogni riga contiene a sua volta da sedici a diciotto lettere greche. Il Codex Vaticanus è un onciale, ovvero le lettere greche sono scritte tutte in maiuscolo e le varie parole sono attaccate l’una all’altra (questa particolare metodologia di scrittura, che consente di risparmiare spazio e quindi pagine preziose, è detta scriptio continua) così che occorre una certa abilità per interpretare il testo, e su pergamena (un tipo di supporto per la scrittura generalmente successivo al papiro). Il testo dell’A.T. pare sia stato scritto da almeno due copisti che si sono suddivisi il lavoro di scrittura; il N.T. sembrerebbe invece opera di un solo scriba. Nel corso dei secoli il codice ha subito alcune varianti e aggiunte, oltre che restauri. Ad esempio attorno al IX-X secolo il testo è stato completamente riscritto ricalcando il vecchio inchiostro, diventato probabilmente poco leggibile, quindi sono stati aggiunti gli accenti e gli altri segni grafici che originariamente non erano presenti.
Caratteristiche testuali del codice
Con riferimento al Nuovo Testamento, B può essere definito il manoscritto per eccellenza, il suo testo è considerato da tutti gli esperti della moderna critica testuale, a cominciare da Westcott ed Hort alla fine del XIX secolo, il migliore e più autorevole tra tutti quelli disponibili e avrebbe, sulla base delle analisi e dei confronti con gli altri documenti, una grande probabilità di essere conforme alle copie più antiche del NT. A fianco del testo del Nuovo Testamento il manoscritto ha dei segni diacritici (detti umlaut) che segnalano le lezioni originali del codice rispetto ad altri mss. Questi segni particolari erano già presenti nella prima mano del IV secolo e testimoniano che nella fase di compilazione del codice lo scriba ha tenuto conto dell’esistenza di altri manoscritti, evidenziando le differenze più significative con il testo che andava componendo e cercando di estrapolare da questi il testo considerato migliore. La presenza degli umlaut, pertanto, è una ulteriore prova del valore del testo del Codice Vaticano B per la filologia neotestamentaria.
Le analisi degli esperti dimostrano che sicuramente il testo è di tipo neutrale-alessandrino, quindi molto affidabile, per quanto riguarda i quattro Vangeli e gli Atti degli Apostoli. Il testo neutrale-alessandrino dovrebbe essere quello più vicino ai primissimi manoscritti e in esso le armonizzazioni, le rielaborazioni e altre modifiche varie non dovrebbero aver influito in maniera pesante. In effetti il testo del Codex Vaticanus non è molto difforme da quello che possiamo leggere in manoscritti più antichi, come ad esempio il papiro P75 (Bodmer XIV-XV, più vecchio di 100-150 anni) contenente i Vangeli di Luca e Giovanni e questo testimonierebbe a favore della affidabilità del suo contenuto. P75 e Codex Vaticanus hanno moltissime analogie, tuttavia è improbabile che il Vaticanus discenda direttamente dal P75 ma è verosimile che entrambi abbiano avuto nella catena genealogica un antenato comune, molto antico. Anche il testo del papiro P66 (Bodmer II, 125-200 d.C.) contenente il solo Vangelo di Giovanni, sebbene difficilmente analizzabile nei dettagli a causa dei numerosissimi errori scribali, è considerato molto affine al Vaticanus.
Purtroppo il Vaticanus non può essere di aiuto per lo studio dell’Apocalisse perché questo libro manca nel codice. Nel caso delle lettere di Paolo la questione è alquanto complessa: già il Prof. Hort, alla fine del XIX, secolo descriveva il testo come “neutrale-alessandrino” con alcune evidenti varianti tipicamente inquadrabili nel testo “occidentale”, considerato un po’ meno affidabile del testo “neutrale-alessandrino” puro (questi argomenti sono discussi nella sezione di critica testuale). In realtà studi successivi hanno messo in evidenza la presenza di varianti che non sono né occidentali né neutrali e una forte concordanza tra B e il papiro P46 (180-200 d.C.) contenente le epistole di Paolo. G. Zuntz (cfr. The text of the Epistles: a Disquisition upon the Corpus Paulinum, 1953) ha definito perciò il testo del papiro P46 e del Vaticanus, per quest’ultimo limitatamente al corpus paolino, come proto alessandrino. Alcuni chiamano questo tipo di testo come P46+B per distinguerlo dal testo neutrale alessandrino puro. Per le epistole cattoliche (Giacomo, Pietro 1&2, Giovanni 1,2,3 e Giuda) il testo è considerato buono, molto vicino al testo neutrale, anche se generalmente è preferito in questo caso il testo del codice A.

     ... le governerà con scettro di ferro
                           ...come argilla si frantumeranno ...
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