Il Testamento di Dio

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IL CANONE BIBLICO

        La parola “canone” deriva dal greco κανών (kanòn), “canna”, “bastone diritto”, “regolo”. La parola kanòn indicava lo strumento di misura per la lunghezza (un bastone diritto, appunto). In ebraico la parola “canna” è קְנֵה (qenàh). In Ez 40,3 si fa riferimento a questa canna per misurare: “Aveva in mano una corda di lino e una canna [קְנֵה (qenàh)] per misurare” (Ez 40,4-8; 41,8; 42,16-19.
        Da qui il significato traslato di “regola”. Paolo applicò il termine kanòn alla “regola di condotta” con cui misurare il modo di agire: “Su quanti cammineranno secondo questa regola [κανόνι (kanòni), qui al caso dativo] siano pace e misericordia, e così siano sull’Israele di Dio” (Gal 6,16).
        Quindi «canone» comprende ciò che è normativo e di importanza decisiva per il parlare e l’agire cristiano. Con questo significato, anche nel vocabolario patristico si dà il nome di «canone della verità» al nucleo centrale della dottrina apostolica; e questo «canone» serviva come norma critica in base alla quale si dimostrava per es. che gli insegnamenti di Marcione e degli gnostici erano devianti e quindi da escludere.[1] Avendo il «canone della verità», ovviamente un contenuto evangelico, c’è già in quest’uso del termine un riferimento implicito alle Sacre Scritture.
        Così con l’espressione “canone biblico” si soleva indicare il catalogo dei libri ispirati che compongono l’intera Bibbia (le Sacre Scritture) ovvero i libri che costituiscono la regola di fede, dottrina e condotta.
  
Tra canonicità e ispirazione
        Tuttavia è importane conoscere che esiste una nascosta connessione tra «canonico» e «ispirato», significa che vi è correlazione, ma con cognizioni diverse. In primo luogo questi termini coincidono perché tutti i libri canonici contengono una verità di fede e perciò ispirati, quindi, deduciamo che non siano esistiti libri anteriori facenti parte del canone biblico. D’altra parte essi si differenziano nel proprio concetto ontologico: l’essere ispirati rimanda all’origine divina, mentre per canonicità s’intende il riconoscimento degli stessi da parte della Chiesa. Pertanto, col termine «canonicità» si presuppone l’«ispirazione» per cui, un libro è canonico perché è ispirato e non viceversa.

Quale il criterio di canonicità nella teologia della Chiesa?
        A cominciare dal IV secolo, «canone» passa a indicare l’elenco delle Sacre Scritture ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa. Sant’Atanasio scrive nel 351 che Il Pastore di Erma «non fa parte del canone», e nel 367, precisamente nella 39a Lettera festale, dopo aver elencato i libri dell’AT e del NT, li chiama «i libri inclusi nel canone (kanonizoména) e accreditati come divini», e li contrappone ai “libri chiamati apocrifi (apókrypha)” che gli eretici mescolano con le Scritture divinamente ispirate.
       La distinzione di sant’Atanasio tra libri “canonici” e libri “apocrifi” richiama la triplice distinzione che Eusebio di Cesarea aveva fatto circa l’anno 303 in riferimento ai “libri testamentari (endiaáthēkos)”: i libri omologoúmena, libri indiscutibilmente accettati da tutti, i libri antilegómena, ovvero discussi da molti e i libri nótha, cioè chiaramenti spuri.[2] Non siamo riusciti a conoscere, tuttavia, se i libri “canonici” di Atanasio fossero totalmente coestensivi, ossia, che condivideva la stessa linea degli omologoúmena di Eusebio.
      
Come si determina la canonicità?
       Con l’avvento del Concilio Vaticano II ed esplicitamente nella DV al punto 8 che rende comprensibile il criterio circa la canonicità delle Scritture. Infatti essa cita: “È per mezzo di questa Tradizione [apostolica] che la Chiesa conosce l’intero canone dei Libri Sacri”. Con tale criterio la Chiesa afferma in primis un dato di fatto perché verificabile lungo la storia della formazione dei Libri Sacri, e in secondo luogo il dato di fede cioè, è inconfutabile l’importanza alla Tradizione degli Apostoli nella determinazione al canone biblico. Così come espresso dalla DV 8 l’elenco dei Libri Sacri convalida quanto affermato già dai concili di Ippona e Cartagine, quindi la Chiesa fissa con assoluta certezza che gli stessi sono autenticamente ispirati e ne proclama la canonicità, ossia, accolti quale proprio dogma di fede. Così come determinato la Chiesa con la fissazione del canone delle Scritture, può, in talune circostanze, non accogliere eventuale scritto di origine apostolica. Questo assumerebbe carattere puramente documentario e non normativo.

I Libri proto e deuterocanonici
        Dopo il Concilio di Trento, per poter distinguere i libri non accolti nel canone dei Riformatori, Sisto da Siena (1569) introdusse nella Chiesa cattolica la terminologia tuttora vigente di protocanonici e deuterocanonici anche se si tratta di un lessico non proprio felice; tale termine starebbe ad indicare interesse sia storico quanto ecumenico.
       Tale terminologia farebbe pensare che i libri protocanonici siano più canonici dei deuterocanonici, oppure che entrarono per primi nel canone rispetto agli altri che vi sarebbero entrati in un secondo tempo. Invece il significato di detta terminologia della tradizione cattolica è uno solo: “protocanonici sono i libri accettati dalla Chiesa post-apostolica nel canone, senza alcuna discussione; ‘deuterocanonici’ sono invece i libri sulla cui canonicità molto si discusse in alcune Chiese, prima di essere accolti definitivamente nell’elenco dei libri ispirati.
       I deuterocanonici sono sette per l’AT e altrettanti nel NT:
per l’AT si elencano: Tb, Gdt, 1 e 2 Mac, Bar, Sir, Sap, nonché Dn 13-14 e Est 10,4 – 16,24;
per il NT si elencano: Eb, Gc, Gd, 2 e 3 Gv, 2Pt, Ap.
       La Bibbia cattolica e quella protestante oggi non si distinguono per quanto concerne il NT: riportano gli stessi libri e nello stesso ordine a parte brevi sezioni di incerta attestazione circa la testimonianza dei codici. Permane invece la differenza per l’AT: i deuterocanonici della Chiesa cattolica sono chiamati apocrifi dai protestanti e figurano con questo titolo in appendice all’AT. Ciò significa che l’AT dei protestanti coincide con la Bibbia ebraica che riporta solo i libri protocanonici dell’AT cattolico.
       Concludendo: canonicità non è unicamente identica a ispirazione. Da una parte, la canonicità aggiunge all’ispirazione dei libri il sigillo del riconoscimento ufficiale da parte della Chiesa al loro carattere ispirato; dall’altra, il riconoscimento ufficiale del canone non esclude che gli altri scritti possano essere stati composti con l’assistenza e la guida carismatica dello Spirito Santo e poi siano andati perduti. È il caso per es. della Lettera ai Laodicesi, la cui lettura lo stesso Paolo, dopo averla scritta, raccomanda ai Colossesi (cf Col 4,16).

Àgrafa
       Sono raccolte di detti praticamente isolati e attribuiti a Gesù da qualche tradizione e tuttavia non annotati nei Vangeli canonici: infatti ¥grafon significa “non scritto”. Questi sono anche definiti “lòghia” (detti) e un esempio di àgrafo lo rinveniamo riferito da Paolo in At 20,35 dove è scritto: “È più bello dare che ricevere”. Stando alla loro autenticità perché un àgrafa sia considerato degno di accoglierlo nella fede, deve contenere la dottrina conforme all’insegnamento del Signore Gesù e attinente al Suo stile. Purtroppo lo studio avviato dai critici non ha prodotto risultati confacenti e un àgrafa considerato probabile, assai poco aggiunge all’insegnamento e allo stile di Gesù quanto già riportato nei Vangeli canonici.

Libri apocrifi
       Dal greco ¢pokrufoj che significa nascosto, occulto. Questi libri sono stati sempre considerati dalla Chiesa universale non ispirati. A tal ragione la teologia cattolica li ha sempre intesi quali libri che pur avendo affinità per titolo o contenuto, non sono stati mai riconosciuti e quindi non facente parte del canone biblico.
       Tuttavia, per la teologia protestante tale termine indica i libri deuterocanonici dell’AT; viceversa, per la teologia cattolica i libri apocrifi sono designati con la denominazione “pseudoepigrafi”, cioè quei libri la cui paternità è dubbia perché attribuiti o a falso autore o sotto il nome di un apostolo o personaggio dell’AT.
      
       Concludendo la sezione confermiamo i libri che compongono la Sacra Scrittura della Chiesa Cattolica: questi sono 72. Ma quali i criteri che permettono di determinare la canonicità dei libri della Bibbia?
       Il semplice fatto che un libro religioso sia tenuto in gran conto da milioni di persone non è di per sé una prova che esso sia di origine divina o canonico. Deve avere credenziali attestanti che è stato ispirato da Dio. “La profezia non fu mai recata dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini parlarono da parte di Dio mentre erano sospinti dallo Spirito santo”. (2Pt 1,21).
        Innanzitutto, ci sono i criteri divini, cioè quelli stessi stabiliti da Dio. Ad esempio, la parola di Dio vieta la pratica dello spiritismo, degli incantesimi e della divinazione (Dt 12,31; Ger 32,35; 2Re 16,3) e vieta l’incesto, la sodomia e la bestialità (Lv 18,6,22-30; 20,13). Ovviamente, non sarebbe mai entrato nel canone biblico uno scritto favorevole a queste pratiche detestabili. Allo stesso modo, gli scritti canonici devono sostenere l’adorazione del solo unico e vero Dio, il Dio d’Israele. In pratica: un libro è canonico se il suo contenuto si accorda col modello biblico; non è ammesso nel canone se non raggiunge il modello biblico.
        Ci sono poi criteri oggettivi. Gli scritti canonici devono dar prova di accuratezza storica e geografia.
        I criteri di canonicità possono essere così riassunti:
  1. Autorità divina: Il singolo libro è ispirato? Fu dato da Dio tramite il suo spirito ad un uomo o proviene solo da un uomo?
  2. Autorità umana: Fu scritto, edito o ebbe la sanzione di un profeta o di un uomo che parlava per Dio?
  3. Genuinità: Si può far risalire al tempo e allo scrittore da cui asserisce di discendere? O, se lo scrittore non è nominato, si può provare che contenga la medesima materia che conteneva quando fu scritto?
  4. Autenticità: È autentico? È verace?
  5. Testimonianza: Se fa parte delle Scritture ebraiche, fu accettato dalla comunità ebraica? Se fa parte delle Scritture greche, fu accettato dalla comunità dei discepoli di Gesù?
        Tra le diverse confessioni, anche “cristiane”, ci sono notevoli diversità sulla lista dei libri considerati canonici. Ci sono così diversi canoni - ebraico, samaritano, ortodosso, cattolico, protestante, copto, siriaco. La più rilevante distinzione è tra il canone ebraico e quelli cosiddetti cristiani. Gli ebrei, come si sa, non accolgono il cosiddetto Nuovo Testamento, dato che non accolgono Gesù come Messia. La Chiesa Cattolica, d’altra parte, accoglie come biblici alcuni libri che i protestanti chiamano apocrifi (o spuri); d’altra parte, questi libri sono detti dai noi cattolici, “deuterocanonici” (parola derivata dal greco che indica che sono appartenenti a un “secondo canone”.


STORIA DEL CANONE DELL’AT
                                                 
       Innanzitutto stabiliamo un dato importante: la Chiesa ha ricevuto il canone dell’AT direttamente da nostro Signore Gesù Cristo e dagli Apostoli. Questo perché hanno approvato e messo in pratica Essi stessi la Legge e i Profeti trasmettendo il tutto alla tradizione ebraica. Tuttavia, la lista dei libri sacri così come consegnataci dal Concilio di Trento, corrispondente all’antica edizione latina Volgata e alla versione greca dei LXX (III, II sec. a.C.), non collima col canone ebraico. Il motivo determinante è il non riconoscimento dei libri deuterocanonici. Ancor oggi l’argomento sarebbe ancora aperto. Perciò ci accingiamo a ripercorrere questo fantastico itinerario cercando di chiarire la questione del canone accettato dalla Chiesa, spiegare la formazione del canone dell’AT presso i fratelli Ebrei e lo stesso per noi cristiani.

Attestazione nel Prologo del Siracide
       Già nel 130 a.C. esisteva nel Giudaismo uno stabile nucleo di libri autorevoli e quindi normativi, divisi tra loro in tre gruppi: la Tōrâ (significa la Legge), i Profeti e “altri scritti”. Così li ricorda e li chiama l’autore del Prologo greco al libro del Siracide, in cui spiega la ragione della sua fatica di tradurre dall’ebraico in greco il libro del nonno Gesù:
“Molti e importanti insegnamenti ci sono dati dalla legge, dai profeti e dagli altri scritti successivi, per i quali è bene dar lode a Israele quanto a dottrina e sapienza. Però non è giusto che ne vengano a conoscenza solo quelli che li leggono, ma è bene che gli studiosi, con la parola e con gli scritti, si rendano utili a quelli che ne sono al di fuori.
Per questo motivo, mio nonno Gesù, dopo essersi dedicato per tanto tempo alla lettura della legge, dei profeti e degli altri libri dei nostri padri, avendone conseguito una notevole competenza, fu indotto pure lui a scrivere qualche cosa su ciò che riguarda la dottrina e la sapienza, perché gli amanti del sapere, assimilato anche questo, possano progredire sempre più nel vivere in maniera conforme alla legge.
Siete dunque invitati a farne la lettura con benevola attenzione e ad essere indulgenti se, nonostante l’impegno posto nella traduzione, sembrerà che non siamo riusciti a rendere la forza di certe espressioni. Difatti le cose dette in ebraico non hanno la medesima forza quando vengono tradotte in un'altra lingua. E non solamente quest’opera, ma anche la stessa legge, i profeti e il resto dei libri nel testo originale conservano un vantaggio non piccolo.
Nell’anno trentottesimo del re Evèrgete, anch’io, venuto in Egitto e fermatomi un poco, dopo avere scoperto che lo scritto è di grande valore educativo, ritenni necessario adoperarmi a tradurlo con diligente fatica. In tutto quel tempo, dopo avervi dedicato molte veglie e studi, ho portato a termine questo libro, che ora pubblico per quelli che, all’estero, desiderano istruirsi per conformare alla legge il proprio modo di vivere” (Sir, Prologo).
       La valenza della trascrizione del Prologo è dettata dal fatto che contiene alcuni dati importanti e di massima chiarezza:
1.      Israele può contare già su un patrimonio di scritti dei Padri: due gruppi già completi e praticamente chiusi, ossia la Tōrâ di Mosè e i Profeti, nonché un terzo gruppo ancora aperto e forse già allora diversamente valutato, cioè “altri scritti”.
2.      I molti, diversi e profondi insegnamenti contenuti in quei libri sono stati e sono tuttora per Israele la norma di sapienza perché gli Israeliti possano sempre di più progredire nella condotta di vita conforme all’insegnamento dei Padri.
3.      In quel tempo forse era già conclusa la versione in greco dei libri scritti in ebraico, al fine di istruire gli stessi Ebrei che vivevano nella diaspora e parlavano la lingua greca (la versione cosiddetta dei LXX).
       La Tōrâ, che includeva Gn, Es, Lv, Nm e Dt, costituiva un’entità ben definita e allo stesso tempo circoscritta giacché ricevette la sua forma definitiva, probabilmente sotto Esdra nell’anno 400 ca. a.C. (cf Esd 7; Ne 7-9).
       Lo stesso può dirsi del secondo gruppo, i Profeti, comprendenti i libri di Gs, Gdc, con Rt, 1 e 2 Sam, 1 e 2 Re (questi ultimi sono chiamati nel canone ebraico “Profeti anteriori”), e i libri di Is, Ger, Ez, nonché i dodici “Profeti minori”, cioè Os, Gl, Am, Abd, Gio, Mic, Ab, Sof, Ag, Zc, Ml. Il canone ebraico considera un solo libro i dodici libri dei Profeti minori e insieme ai tre maggiori li chiama “Profeti posteriori”. Anche questo ampio gruppo de “i Profeti” sembra già chiuso e delimitato nel 180 a.C., allorquando viene scritto il libro del Siracide la cui “lode dei Padri” (Sir 44-50) rievoca i principali personaggi del gruppo “i Profeti” anteriori (Sir 46,1 - 48,24) e posteriori (Sir 48,25 – 49,12).
       Quanto al terzo gruppo, gli altri Scritti, il Siracide non consegna elementi per valutarne l’estensione: il traduttore sa di potervi introdurre l’opera del nonno; la “lode dei Padri” non menziona Esdra, Ester e Daniele, menziona invece Zorobabele, Giosuè figlio di Iozedek e Neemia (Sir 49,13-15).
       Vediamo nello specchietto quanto riportato:

TANÀKH
Tōrâ
Neviìm
Ketuvìm
     
       È il Tanàkh acronimo di Torà-Neviìm-Ketuvìm, i tre libri in cui è diviso il canone biblico, suddivisi a loro volta in altri libri per un totale di ventiquattro. Al tempo del Santuario di Gerusalemme, spettava al Sinedrio valutare se un testo dovesse far parte del Tanàkh. La decisione era presa in conformità a vari criteri, tra cui se il libro in questione fosse stato scritto con spirito profetico. Nella tradizione ebraica si chiama Tōrâ Scritta quella contenuta nei ventiquattro libri, e Torà Orale (cioè Talmùd) quella che cita le discussioni rabbiniche che avevano luogo al tempo del Santuario di Gerusalemme con tutte le codificazioni a esso posteriori.
·         Il Tanàkh è composto da 24 libri:
                  Torà (Pentateuco): Genesi - Esodo - Levitico - Numeri - Deuteronomio
·         Neviìm (i Profeti):
                  Giosuè - Giudici - Samuele I - Samuele II - Re I - Re II - Isaia - Geremia - Ezechiele -   12 Profeti Minori
·         Ketuvìm (gli Agiografi):
                  Salmi di Davide - 5 Meghillot - Giobbe - Proverbi - Cronache I - Cronache II
       Lo Zòhar in italiano Libro dello Splendore. È considerato l’opera fondamentale della Cabalà, la letteratura mistica ebraica. Si presenta in forma di esteso commentario mistico sulla Tōrâ. L’autore è Rabbi Shimon Bar Yochai, grandissima figura rabbinica dell’epoca successiva alla distruzione del Bet Hamikdash (il Santuario di Gerusalemme). Una parte dei testi è stata scritta da anonimi.

Il Canone dell’AT ebraico
       Dopo quanto descritto deduciamo che le tre collezioni non si sono formate come per incanto, ma esse sono il frutto della conoscenza di fede d’Israele, così come si è spiegata nell’arco della sua lunga storia. Un popolo non inizia la propria storia scrivendo libri. Prima si vive, poi si scrive per ricordare ciò che si è vissuto e si è compreso, offrendolo come lezione di vita alle future generazioni. Tutto questo è ancor più vero nella storia del popolo ebraico, il quale fin dal patriarca Abramo e ancor più dal liberatore Mosè ha la precisa coscienza di fede che Dio l’ha scelto e lo ha unito a sé con un’alleanza che penetra l’intera sua esistenza di “popolo di Dio” e lo accomuna in un’avventura storica di rivelazione e di salvezza universali. È pur sempre una coscienza di fede quella che presiede alle prime tradizioni orali, alle prime forme scritte e alle loro riletture, alle prime collezioni, fino al documento letterario definitivo. Una canonicità-normativa implicita, ma reale e consapevole, accompagna e sostiene tutto il complesso di formazione letteraria che memorizza storia, eventi, istituzioni, riti, canti, voci profetiche, esperienze di vita (dolore e amore), sagge, regole di vita, novelle edificanti, ecc.
       La storia del canone delle Scritture ebraiche si presenta congiuntamente come la storia della loro collezione in un corpo di scritti e come la storia della coscienza della loro autorità. Detta coscienza è fede, quindi significa e implica rivelazione. La storia della coscienza dell’autorità delle Scritture non suppone compiuta la loro collezione, sul senso della quale poi ci si interroghi. Anzi, le sue vicende s’intrecciano e mutuamente si condizionano sino a formare un’unica storia. Infatti, la fede nell’autorità di questi testi precede e causa non solo la loro collezione, ma spesso la loro redazione; e ciò è tanto vero quanto più questa suppone forme testuali, scritte e orali, già precedentemente compaginate (le fonti), già autorevoli per la tradizione della fede, dalle quali poi deriva il documento letterario definitivo e canonico. In tal modo l’autorità degli scritti è legata all’autorità dei loro contenuti e della forma del loro proporsi alla fede di Israele: i testi legali come legge di Dio, i testi storici come memoriale, per la fede del popolo, degli interventi di Dio alle origini e lungo la storia dell’alleanza, i testi profetici come divina interpretazione della storia, quelli liturgici come linguaggio tipo della preghiera della fede, e così via quelli sapienziali, apocalittici ecc.
       L’autorevole Mannucci dice: “In quest’ottica d’intreccio tra il formarsi letterario progressivo dei tre gruppi di scritti d’Israele e la coscienza della loro autorità-normatività, si possono cercare e trovare i momenti della storia d’Israele in cui emerge una coscienza più esplicita della canonicità-normatività delle tradizioni scritte che via via vedono la luce”.[3]
      
La canonicità delle Scritture Ebraiche
       Le prove intrinseche non lasciano dubbi sul fatto che questi scritti siano di origine divina, ispirati da Dio, quindi canonici, e che costituiscano parola di Dio. Mosè, cui è attribuito il Pentateuco (i primi cinque libri della Bibbia ebraica, la Tōrâ) non divenne condottiero degli israeliti di sua propria iniziativa, anzi, dapprima non ne voleva sapere (Es 3,10,11; 4,10-14). Fu Dio a chiamare Mosè e a conferirgli poteri miracolosi tali che perfino i sacerdoti del faraone furono costretti a riconoscere che Mosè era stato davvero mandato da Dio (Es 4,1-9; 8,16-19). Mosè non divenne quindi scrittore per ambizione personale. Piuttosto, in ubbidienza al comando divino (Es 34,27), e con le credenziali divine dello spirito santo, fu spinto a pronunciare e poi a mettere per iscritto una parte del canone biblico (Es 17,14).
       Va notato che la nazione d’Israele riconobbe come autentici quei documenti mosaici che spesso discreditavano la nazione in se (Dt 31,9,24.26). Come d’uso nelle antiche nazioni, documenti simili sarebbero stati distrutti, ma gli israeliti mai fecero tentativi del genere. Questa è quella che si chiama una prova interna: il candore con cui gli ebrei accolsero documenti che parlavano male di loro.
       La classe sacerdotale ebraica aveva il compito sia di preservare quegli scritti sia di insegnarli al popolo. Quasi 1000 anni dopo che il Pentateuco fu scritto, quando “il sommo sacerdote Chelchìa” annunciò: “Ho trovato nella casa del Signore il libro della legge”, il Pentateuco era ancora completo e intatto. “Quando il re udì le parole del libro della legge, si stracciò le vesti” per la condanna di Dio sul popolo ebraico che vi trovò (2Re 22,8.11).
       Dopo l’esilio in Babilonia, i giudei gioirono quando Esdra lesse al popolo riunito la Tōrâ: “Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo . . . e, appena aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi . . . [i sacerdoti] spiegavano la legge al popolo, e tutti stavano in piedi al loro posto. Essi leggevano nel libro della legge di Dio in modo comprensibile; ne davano il senso, per far capire al popolo quello che leggevano . . . dissero a tutto il popolo: . . . ‘Non siate tristi e non piangete!’ Tutto il popolo infatti piangeva, ascoltando le parole della legge . . . Tutto il popolo se ne andò . . . a fare gran festa, perché avevano capito le parole che erano state loro spiegate . . . Trovarono scritto nella legge, che il Signore aveva data per mezzo di Mosè . . . Dal tempo di Giosuè, figlio di Nun, fino a quel giorno, i figli d'Israele non avevano più fatto così. E ci fu grandissima gioia. Fu letto un brano della legge di Dio ogni giorno, dal primo all'ultimo; la festa durò sette giorni, e l'ottavo si tenne una solenne assemblea” (Ne 8,5-18, passim).
       Dopo la morte di Mosè furono aggiunti altri gli scritti (Gs, Gdc, Rut, 1 e 2 Sam). Vennero poi i profeti. Il canone biblico si andava formando: gli scrittori sacri, ispirati, parlarono e scrissero a nome di Dio. In Dt 13 troviamo un criterio – per così dire – di canonicità: “Quando sorgerà in mezzo a te un profeta o un sognatore che ti annuncia un segno o un prodigio, e il segno o il prodigio di cui ti avrà parlato si compie, ed egli ti dice: ‘Andiamo dietro a dei stranieri, che tu non hai mai conosciuto, e serviamoli’, tu non darai retta alle parole di quel profeta o di quel sognatore” (vv. 1-3). “Il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome qualcosa che io non gli ho comandato o che parlerà in nome di altri dei, quel profeta sarà messo a morte. Se tu dici in cuor tuo: ‘Come riconosceremo la parola che il Signore non ha detta?’ Quando il profeta parlerà in nome del Signore e la cosa non succede e non si avvera, quella sarà una parola che il Signore non ha detta; il profeta l’ha detta per presunzione; tu non lo temere” (Dt 18,20-22).
       Un esame del canone biblico mostra che il suo contenuto soddisfa del tutto i criteri di canonicità.

Diversi canoni esistenti
-          Il problema della fissazione del canone ebraico
       Quando si può incominciare a parlare della fissazione del canone? Quando la sua raccolta dei libri diventa ufficiale? Non è facile dare una risposta poiché presenta punti molto oscuri.
       Un primo problema è dettato dall’esistenza di molteplici gruppi le cui credenze erano multiformi. Solo dal 70 d.C. ossia, data in cui Gerusalemme fu distrutta la corrente farisaica divenne colei la quale impose la sua credenza religiosa: in periodo anteriore diviene abbastanza complesso spiegarne la questione. Un secondo problema è rappresentato dagli Ebrei della diaspora e quelli palestinesi: i primi presentavano una mentalità molto influenzata dalla cultura ellenista, di cui era pervaso il mondo antico e tra queste, spiccava la comunità di Alessandria d’Egitto, mentre in Palestina erano presenti diverse correnti religiose oggi conosciute quali, farisei, sadducei, esseni, la setta di Qumran ecc. con principi e concetti religiosi diversi. Si deduce che non esisteva un valido magistero dogmatico che unificasse il tutto. Per tal ragione si spaziava da un corto canone della setta dei sadducei e samaritano, a quello più ampio dei farisei. Il dato importante fu le due raccolte di libri parzialmente diversi dell’AT, ossia, la Bibbia ebraica all’interno del quale mancano i deuterocanonici e la Bibbia ebraica formatasi nella comunità di Alessandria, la versione dei LXX o Bibbia alessandrina in cui sono fissati i libri deuterocanonici. In questo scenario si ha una Bibbia corta (Bibbia ebraica) e una lunga (Bibbia greca dei LXX), in tal senso il problema è confermato dall’assenza di una fissazione del canone.
       Tuttavia dobbiamo ricordare che pochi secoli prima della nascita di Gesù, il canone delle Scritture ebraiche era ben stabilito e conteneva gli stessi scritti che abbiamo oggi. Soltanto i libri che attualmente compongono il canone hanno un solido fondamento di canonicità. Dai tempi antichi i tentativi di includere altri scritti sono stati sempre respinti.
       Lo storico ebreo Giuseppe Flavio, verso il 100 d.C., conferma che a quell’epoca il canone delle Scritture Ebraiche era già fissato da lungo tempo: “Non possediamo miriadi di libri incoerenti, in conflitto fra loro. I nostri libri, quelli giustamente riconosciuti, sono solo ventidue [raggruppando Rt con Gdc e Lam con Ger, alcune fonti ebraiche ne contavano 22, pari al numero delle lettere dell’alfabeto ebraico], e contengono la storia di tutti i tempi. Di questi, cinque sono i libri di Mosè, comprendenti le leggi e la storia tradizionale dalla nascita dell’uomo fino alla morte del legislatore.     Dalla morte di Mosè ad Artaserse, che succedette a Serse quale re di Persia, i profeti posteriori a Mosè scrissero la storia degli avvenimenti dei loro tempi in tredici libri. I rimanenti quattro libri contengono inni a Dio e precetti su come gli uomini devono condursi nella vita” (Contro Apione I, 38-40).
       La canonicità di un libro biblico non dipende minimamente dal fatto che un Concilio lo accetti o lo respinga. Tali Concili possono solo confermare ciò che Dio stesso ha già fatto tramite i suoi profeti. Due concili (uno verso il 90 e l’altro verso il 118) tenuti da ebrei a Jamnia (a sud di Ioppe) esclusero categoricamente gli scritti apocrifi (quelli chiamati deuterocanonici dai cattolici). Quei concili riconobbero (si noti; riconobbero, non stabilirono) il canone della Bibbia ebraica. Giuseppe Flavio conferma: “Dal tempo di Artaserse fino al nostro è stata scritta una storia completa, ma non è stata ritenuta dello stesso valore dei documenti precedenti, perché manca l’esatta successione dei profeti. Abbiamo dato una dimostrazione pratica della nostra riverenza per le nostre stesse Scritture. Poiché, nonostante siano ora passati molti secoli, nessuno si è permesso né di aggiungere, né di togliere, né di modificare una sola sillaba; ed è istintivo per ogni ebreo, dal giorno della sua nascita, considerarle come decreti di Dio, attenervisi e, se necessario, morire con gioia per esse” (Contro Apione, I, 41-43).
       Paolo, a ragione, dice che agli ebrei “furono affidate le rivelazioni di Dio” (Rm 3,2).
       Infine, la testimonianza più autorevole sulla canonicità delle Scritture Ebraiche è l’indiscutibile parola di Gesù: “Voi errate, perché non conoscete le Scritture” (Mt 22,29; cfr anche Mt 5,17; 7,12; 22,40; Lc 16,16; Gv 10,34; 12,34; 15,25; At 18,24; Rm 1,2; 2Tm 3,15). Si noti la parola “Scritture”: questa parola indica di per sé che esisteva una raccolta ben definita di Scritti Sacri, tanto che era detta “Scritture”. Gesù riconobbe e approvò il canone ebraico, dato che si riferì alle intere Scritture  quando parlò di “legge di Mosè” (Tōrâ), “Profeti” (Neviìm) e “Salmi” (Ketuvìm – qui i Salmi, essendo la parte più consistente, sono citati per l’intera sezione), come testimoniato in Lc 24,44. Questa era proprio la suddivisione in tre sezioni che gli ebrei facevano della propria Bibbia.

La fissazione del canone ebraico
       In questa sezione possiamo fissare i seguenti punti:
1.      Sembra assai probabile che la comunità ebraica di Alessandria abbia attribuito pari valori ai libri deuterocanonici con i protocanonici senza mescolanze e attribuzioni a scritti apocrifi protocanonici circolanti all’interno della stessa.
2.      Stessa probabilità è attribuita alla comunità palestinese dato le buone relazioni che intercorrevano tra loro riguardo al canone biblico.
3.      Si raccolgono diversi dati in cui si deduce che all’inizio dell’era della Chiesa  cristiana, i libri deuterocanonici avevano ottima stima fra gli Ebrei di Palestina. È consolidato il dato che il Siracide era considerato sacro per gli Ebrei fino al sec. X; 1Macabei, Baruc, Tobia, erano libri letti normalmente nelle sinagoghe. Tuttavia anche il libro della Sapienza fu in discussione sino al sec. VI.

La canonicità delle Scritture Greche
       Nessuno dei redattori delle Scritture Greche pensava che i propri scritti sarebbero entrati a far parte di una collezione di libri “canonica”. In verità, il processo che portò alla definizione del canone delle Scritture Greche (vale a dire la fissazione dei 27 libri che le compongono) non fu né breve né sereno. I criteri di canonicità potrebbero essere riassunti in: origine apostolica del libro; conformità del contenuto alla regola della fede apostolica; uso da parte della comunità dei discepoli di Gesù.
       Il catalogo antico più famoso per la storia della formazione del canone delle Scritture Greche è indubbiamente il Frammento Muratoriano. Tale frammento fu scoperto da Ludovico Antonio Muratori nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. Lui stesso lo pubblicò nel 1740. Fa parte di un codice manoscritto di 76 fogli di pergamena di 27x17cm ciascuno. Il frammento è lacunoso: manca sia l’inizio sia la fine del testo. Il Frammento Muratoriano è in latino e risale all’ultima parte del 2° secolo (gli studiosi datano il Frammento Muratoriano tra il 170 e il 200).
       Questo documento attesta l’esistenza dei quattro Vangeli e presenta una collezione canonica di 13 lettere di Paolo; in esso manca la parte iniziale, ma dato che il frammento definisce Luca come il terzo Vangelo si desume che Matteo e Marco erano stati già menzionati.
       Eccone la traduzione dal latino: “Poi il terzo libro del vangelo è secondo Luca. Questo Luca, medico, dopo l’ascensione di Cristo scrisse il vangelo che ha lui per autore ... Il quarto Vangelo è di Giovanni, uno dei discepoli. ... Sebbene nei singoli vangeli i punti di partenza siano diversi, tale differenza non compromette affatto la fede dei credenti, poiché nei singoli, unico è lo Spirito direttivo che anima l’esposizione dei fatti riguardanti la nascita, la passione, la risurrezione, la vita che dopo di essa trascorse con i suoi discepoli, nonché la duplice venuta: la prima ha già avuto luogo, in modo semplice, nella volontaria umiliazione; la seconda si verificherà fulgida, con regale maestà. Non c’è dunque da stupirsi, se Giovanni, anche nelle sue epistole esprime senza ambagi quanto è stato un singolare frutto della sua esperienza, asserendo egli stesso: ‘Ciò che abbiamo visto con i nostri occhi e udito con le nostre orecchie, ciò che le nostre mani hanno palpato, questo noi vi abbiamo scritto’. Dichiara così di essere non solo testimone oculare e direttamente auricolare, ma anche lo scrittore dei fatti meravigliosi del Signore narrati secondo il loro ordine. Le gesta poi di tutti gli apostoli sono state scritte in un libro: con una dedica all’eccellentissimo Teofilo, Luca vi ha raccolto tutti i vari eventi ... Le epistole di Paolo dichiarano da sole quali siano ... , da quale luogo e per quale motivo furono scritte.
       La prima di tutte è quella ai Corinzi, per sopprimere sette scismatiche; viene poi quella ai Galati, per sopprimere la circoncisione; con maggiore ampiezza scrive ai Romani, per dimostrare che Cristo è la norma delle Scritture e poi il loro termine principio. Su ognuna di queste epistole è necessario che ci soffermiamo, giacché lo stesso San Paolo, seguendo la norma di Giovanni, suo predecessore, scrive nominatamente soltanto a sette Chiese, in quest’ordine: la prima ai Corinzi, la seconda agli Efesini, la terza ai Filippesi, la quarta ai Colossesi, la quinta ai Galati, la sesta ai Tessalonicesi, la settima ai Romani; sebbene, a scopo esortativo, abbia scritto una seconda epistola tanto ai Corinzi quanto ai Tessalonicesi, tuttavia la Chiesa sparsa in tutto il mondo la considera come una sola. Infatti, anche Giovanni, nell’Apocalisse, sebbene scriva a sette chiese, intende tuttavia, parlare a tutte. Ma ve n’è pure una a Filemone, una a Tito e due a Timoteo, che, seppure dettate in momenti di affetto e amorevolezza, sono state riconosciute sacre per l’onore della Chiesa ... Sono invece considerate sacre l’epistola di Giuda e le due del succitato Giovanni; ... Accogliamo anche le apocalissi, ma solo quelle di Giovanni e di Pietro; quest’ultima però qualcuno di noi, non vuole che sia letta in Chiesa” (le colorazioni delle parole sono state aggiunte).
       Abbiamo evidenziato, colorandoli, i libri biblici menzionati nel Frammento Muratoriano per poterli confrontare con l’elenco dell’attuale canone qui sotto riportato, aggiungendo delle note.
Matteo*               
Marco*                
Luca                 
Giovanni             
Atti                 
Romani               
1 Corinti            
2 Corinti             
Galati               
Efesini               
Filippesi            
Colossesi            
1 Tessalonicesi      
2 Tessalonicesi      
1 Timoteo            
2 Timoteo            
Tito                 
Filemone             
Ebrei^                            
Giacomo^                                              
1 Pietro°            
2 Pietro             
1 Giovanni**             
2 Giovanni           
3 Giovanni           
Giuda                
Rivelazione (Apocalisse)           
* Dato che il frammento definisce Luca come il terzo Vangelo, si desume che Mt e Mc erano già stati menzionati nella prima parte (mancante).
** Il Frammento Muratoriano menziona solo due epistole di Giovanni. Ma queste “non possono che essere la seconda e la terza, il cui scrittore si definisce semplicemente ‘l’anziano’. Avendo già accennato alla prima, sebbene solo incidentalmente in relazione al quarto Vangelo, e avendo ivi dichiarato la propria assoluta convinzione che essa era di origine giovannea, l’autore si sentì qui giustificato a limitarsi alle due lettere minori”.[4]
 °“L’ipotesi più probabile è quella che manchino alcune parole, forse un rigo, in cui 1Pt e l’Apocalisse di Giovanni erano menzionati fra i libri riconosciuti”.[5]
 ^ Sia Eb che Gc mancano nel Frammento Muratoriano. Origene (ca. 230 d.C.) accetta fra le Scritture ispirate i libri di Eb  e di Gc.
  →  “Il Nuovo Testamento viene ritenuto inequivocabilmente costituito dai quattro Vangeli, dagli Atti, dalle tredici epistole di Paolo, dall’Apocalisse di Giovanni, probabilmente dalle sue tre epistole, da Giuda, e probabilmente da I Pietro, mentre l’opposizione a un altro scritto di Pietro non era ancora stata messa a tacere”.[6]
  → Atanasio, Girolamo e Agostino inclusero nel canone gli stessi 27 libri che abbiamo ora.
       I cataloghi di Ireneo, Clemente Alessandrino, Tertulliano e Origene, completati dalle loro citazioni e integrati da ciò che scrive Eusebio (antico storico ecclesiastico), confermano l’attuale canone.
       Il primo a parlare dell’esistenza di Vangeli scritti fu Papia di Gerapoli (morto verso il 140 d.C.). Dalla sua opera (Spiegazioni delle parole del Signore) andata perduta (ci sono però delle citazioni nella Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea), si deduce che egli si rifà alla tradizione orale.
       Potremmo a questo punto domandarci: perché fu necessario un canone per stabilire quali libri fanno parte delle Scritture Greche? Le motivazioni hanno a che fare con la natura umana.
       Ancor oggi assistiamo allo scempio che certi sedicenti studiosi – per meglio dire, persone religiose che vogliono sostenere le proprie tesi – fanno di parti delle Scritture. Quando trovano nella Bibbia qualcosa che smentisce le loro asserzioni, usano le forbici: tagliano passi e, a volte, interi libri della Scrittura. Nel passato, Marcione (2° secolo) era uno di questi. Costui stabilì un canone tutto suo (detto Piccolo Canone) a sostegno delle sue dottrine (era uno gnostico): prese solo certe lettere di Paolo e parti di Luca, rifiutando in blocco tutte le Scritture Ebraiche.
  Si aggiunga un altro fatto: gli scritti apocrifi proliferavano e la loro massa si andava diffondendo rapidamente. Gli scritti apocrifi sono spesso sono fantasiosi e infantili. Spesso non sono accurati.
“Il problema non è chi li abbia esclusi dal Nuovo Testamento: si sono esclusi da sé”. — M. R. James, The Apocryphal New Testament, pp. xi, xii.
“Basta solo paragonare l’insieme dei libri del Nuovo Testamento con altra letteratura del genere per comprendere quanto è grande il baratro che li separa. Spesso si è detto che la prova migliore a favore dei vangeli canonici sono in effetti quelli non canonici”. — G. Milligan, The New Testament Documents, p. 228.
“All’infuori del Nuovo Testamento, di nessuno scritto che ci sia pervenuto dal primo periodo della Chiesa si può dire che potrebbe essere appropriatamente aggiunto oggi al Canone”. — K. Aland, The Problem of the New Testament Canon, p. 24.
  Era indispensabile, dunque, avere un catalogo certo: il canone, appunto.
  La situazione, nella prima metà del 2° secolo era la seguente: circolavano nelle comunità dei discepoli di Gesù:
- scritti originali risalenti direttamente o indirettamente agli apostoli
- copie di tali scritti
- scritti falsamente attribuiti agli apostoli,
- scritti che non risalivano agli apostoli, ma che godevano quasi della stessa autorità.
  Dopo la morte di Gesù, per la primitiva congregazione l’autorità era costituita dagli apostoli. Come scrisse Moule, “per i primissimi cristiani i dodici rappresentano il ‘canone’ cioè il metro di riferimento, il modello per mezzo del quale si poteva stabilire, finché essi vissero, l'autenticità del messaggio cristiano”. – F. D. Moule, Le origini del N.T. , Brescia 1971, p. 249.
  Erano poi scomparsi o quasi i testimoni attendibili, capaci di risolvere le controversie di attribuzione dei testi. Stava prendendo vigore il movimento filosofico-teologico dello gnosticismo. Il termine "gnosi" proviene dal greco gnòsis (γνῶσις) e significa “conoscenza”. Secondo gli gnostici solo la conoscenza può condurre alla salvezza. Secondo costoro esistono due princìpi increati in perenne lotta fra di loro: uno, lo Dio-spirito, da cui deriva il bene e l'altro, la materia, da cui deriva il male. Gesù, essendo puro spirito (bene), non poteva rivestirsi di un corpo materiale (che era male). Quindi, per venire nel mondo, avrebbe preso solo una parvenza corporea. Questa teoria è respinta dalla Scrittura.
  La semplice constatazione appena fatta avvalora l’ipotesi di una definizione del canone molto vicina all’epoca apostolica: più tempo sarebbe passato, e maggiori difficoltà ci sarebbero state ad arginare gli scritti eretici, specialmente quelli gnostici.
  Le pretese degli scritti eretici e gnostici furono bloccate sul nascere dalla primitiva congregazione che fece proprio l’incoraggiamento di Paolo: “Ora, fratelli, ho applicato queste cose a me stesso e ad Apollo a causa di voi, perché per nostro mezzo impariate a praticare il non oltre quel che è scritto”. – 1Cor 4:6.
  Il primo elenco completo dei 27 libri delle Scritture Greche si deve a Atanasio di Alessandria, il quale, nella lettera 39 del 367, stila un elenco dei libri canonici sia delle Scritture Ebraiche sia di quelle Greche. Egli distingue tra libri canonizzati (kanonizòmena), libri che si possono leggere (anaghinoskòmena) e libri apocrifi (apòkrüpha).
  Tra le fine del 4° e l’inizio del 5° secolo si hanno le prime decisioni conciliari sul canone biblico: si tratta dei concili di Ippona (393) e di Cartagine (397 e 419) cui prese parte anche Agostino. Non è davvero il caso che la Chiesa Cattolica si arroghi il diritto di aver deciso quali libri debbano essere inclusi nel canone biblico, rifacendosi al Concilio di Cartagine (397), durante il quale fu compilato un catalogo dei libri. A quel tempo il canone era già stato stabilito. Non fu certo per decreto del concilio. La Chiesa Cattolica si limitò ad accettarlo. Tuttavia, nulla fece per eliminare gli apocrifi dal canone cattolico. Per quanto riguarda la Chiesa Cattolica, il canone biblico viene dogmaticamente stabilito l’8 aprile 1546 dal decreto De canonicis Scripturis del Concilio di Trento, il quale non fa altro che riprendere l’elenco dei libri canonici contenuto nel Decretum pro Iacobitis del Concilio di Firenze (4 febbraio 1441).

Brevi cenni storici
Giustino Martire (morto nel 165 ca.), nel suo Dialogo con Trifone (XLIX), usa l’espressione “è scritto” nel citare Matteo, così come fanno i Vangeli stessi quando citano le Scritture Ebraiche. La stessa cosa fa una precedente opera, la “Lettera di Barnaba”.
Giustino Martire nella I Apologia (LXVI, LXVII) chiama “vangeli” le “memorie degli Apostoli”.
Teofilo di Antiochia, nel secondo secolo, dichiarò: “Circa la giustizia comandata dalla legge, espressioni di conferma si trovano sia fra i profeti che nei Vangeli, perché tutti parlarono mentre erano ispirati dal medesimo Spirito di Dio”.
Teofilo usa espressioni come “il Vangelo dice” citando Matteo (5:28, 32, 44, 46; 6:3) e “la parola divina ci dà istruzioni” citando La prima lettera a Timoteo (2:2 e Ro 13:7, 8).
“Verso la fine del primo secolo, Clemente vescovo di Roma conosceva la lettera di Paolo indirizzata alla chiesa di Corinto. Dopo di lui, le lettere sia di Ignazio vescovo di Antiochia che di Policarpo vescovo di Smirne, attestano la diffusione delle lettere paoline entro il secondo decennio del 2° secolo”. - The International Standard Bible Encyclopedia, a cura di G. W. Bromiley, 1979, vol. 1, pag. 603.
Clemente dice che risponderà ai suoi avversari “confutandoli proprio con il ricorso alle Scritture” che “sono garantite dall’autorità dell’Onnipotente”, il quale è stato “predicato dalla legge, dai profeti e inoltre dal Vangelo della beatitudine”. — Stromati [o Miscellanea] (IV, 1).
Teofilo di Antiochia (2° secolo E.V.) dichiarò: “Circa la giustizia comandata dalla legge, espressioni di conferma si trovano sia fra i profeti che nei Vangeli, perché tutti parlarono mentre erano ispirati dal medesimo Spirito di Dio”. Teofilo usa quindi espressioni come ‘il Vangelo dice’ (citando Mt 5:28, 32, 44, 46; 6:3) e “la parola divina ci dà istruzioni” (citando 1Tm 2:2 e Ro 13:7, 8). — Ad Autolycum (XII, XIII).
2 Pietro è citato da Ireneo che lo considera canonico quanto il resto delle Scritture Greche. Lo stesso può dirsi di 2 Giovanni. (Contro le Eresie, I, 16; III, 16; V, 28)
Rivelazione (Apocalisse), anch’essa rigettata da alcuni, è menzionata da molti antichi commentatori, fra cui Papia, Giustino Martire, Melitone e Ireneo.
  L’autorità (e quindi la canonicità) delle Scritture Greche deriva da quella degli Apostoli, e l’autorità degli Apostoli deriva da Gesù. Così, i discepoli di Gesù fondano la loro fede in Gesù, ubbidendo a Dio. In lui Dio si è reso personalmente presente agli uomini in un modo mai realizzato prima e che mai si realizzerà dopo. Di conseguenza, la testimonianza di coloro che hanno testimoniato della storia e dell’insegnamento di Gesù è similmente eccezionale e irripetibile. Questo fatto ha tre importanti conseguenze:
1.    Il canone è chiuso. Nessuno scritto postapostolico può avere lo stesso significato perché nessuno scrittore posteriore può avere avuto un rapporto personale con Gesù.
2.    L’autorità degli Apostoli non può essere trasmessa da una generazione all'altra (come pretende la Chiesa Cattolica). L'ufficio apostolico non era una funzione istituzionale. Era un’attività per la quale poteva qualificarsi solo la prima generazione dei discepoli di Gesù, perché soltanto essi potevano avere avuto familiarità con Gesù mentre era in vita. La prima congregazione formulò il canone proprio perché riconosceva il carattere irripetibile dell'opera degli Apostoli.
3.    La Bibbia ha autorità sulla congregazione. Ma la congregazione non ha autorità sulla Bibbia.

Conclusione
  Date tutte le evidenze, possiamo essere certi che le nostre attuali Bibbie (eccezion fatta per i libri cosiddetti deuterocanonici, ovvero spuri o apocrifi, che si trovano nelle Bibbie cattoliche) sono conformi al canone biblico. E non possiamo che constatare la verità del passo biblico che afferma:
“Siete stati rigenerati non da seme corruttibile, ma incorruttibile,
cioè mediante la parola vivente e permanente di Dio . . .
la parola del Signore rimane in eterno”. – 1Pt 1:23,25.
  Solo nella Sacra Scrittura troviamo l’insegnamento di Dio. La Bibbia è parola di Dio. Solo nella Scrittura troviamo la rivelazione di Dio: il suo piano per la nostra salvezza. È nella Sacra Scrittura che Dio rivela se stesso e il suo amore. Dio ha rivelato se stesso e il suo amore soprattutto in Gesù, e ciò ci riporta alla Sacra Scrittura: noi oggi nulla sapremmo di ciò se non fosse per la Scrittura.


[1] Cf. Ireneo, Adv. Haer., I, 9,4s; IV, 35,4.
[2] Atanasio, in PG 25,448 e 26, 1436.
[3] Cfr. v. mannucci, Bibbia come Parola di Dio, pp. 115-122 e anche pp. 67-80.
[4] The New Schaff-Herzog Encyclopedia of Religious Knowledge, 1956, vol. VIII, pagg. 55-56.
[5] Cfr. Ibid.
[6] Cfr. Ibid.
     ... le governerà con scettro di ferro
                           ...come argilla si frantumeranno ...
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