Il Testamento di Dio

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IL GRANDE CODICE DELL'UMANITÀ
 
 
1.     Un percorso a ritroso
 
 
Ai nostri giorni, trovarsi davanti a un libro stampato, al di là del suo contenuto, di per sé non suscita un eccessivo interesse. E potrebbe accadere lo stesso per quell'insieme di libri chiamati «Bibbia», che spesso ci capita di avere in mano: di essere, cioè, certamente presi dal messaggio religioso o dalla forte carica di umanità che promana, restando però completamente all'oscuro di una storia che ha segnato, anche dal punto di vista dell'editoria, la nostra cultura europea. Alcune esemplificazioni possono essere utili.
 
La Bibbia, dal III secolo a.C. fino a oggi, è stata tradotta in più di 2.000 lingue e dialetti. Ognuna delle grandi lingue nazionali (inglese, tedesco, francese, spagnolo, italiano, portoghese) ha visto, nel corso della sua storia, ben più di una singola traduzione. Nel corso di quindici secoli, sono state prodotte le cosiddette «Bibbie illustrate», che hanno cercato di tradurre in immagini il testo biblico per l'istruzione del popolo, come del resto accadeva nella raffigurazione di splendidi mosaici, affreschi o vetrate di chiese e cattedrali. Chagall affermava che per secoli e secoli i pittori hanno intinto il loro pennello nelle pagine della Bibbia.
 
Come e attraverso quali meccanismi sono giunte a noi le pagine che hanno segnato la nostra cultura? Perché non essere curiosi? Nel nostro linguaggio vi sono parole che provengono da lontano e costituiscono un patrimonio comune: amen e alleluia provengono dall'ebraico; osanna deriva dall'aramaico; molti modi di dire provengono da pagine del Vangelo (vedi più avanti).
 
Lo scopo di questo lavoro sarà quello di ripercorrere le differenti tappe di trasmissione di questo grande libro chiamato da sempre Bibbia, La Scrittura, Sacra Scrittura. E, in definitiva, non si tratterà più di semplice curiosità, ma di comprendere quanto sia importante risalire ai testi in lingua-madre e alla loro trasmissione perché portatori di un sapore e di un gusto insostituibili che ogni buon traduttore, servendosi di strumenti idonei, cerca di immettere nelle varie lingue oggi parlate e nelle differenti culture. Ad esempio, per rendere più vicino al nostro linguaggio l'espressione «Mia diletta» del famoso Cantico dei Cantici dovremmo oggi scrivere «Amore mio». Ogni traduzione, e a maggior ragione quella di un'opera come la Bibbia (in assoluto la più tradotta nel mondo), è sempre migliorabile. E non si tratta di un lavoro facile. Forse, in qualche lettore potrà nascere il desiderio d'imparare a tradurre e a ripercorrere alla luce della Bibbia il cammino della nostra cultura.
 

 
Figura 1: Processo di formazione e trasmissione dei testi biblici
1.    Alle origini del fenomeno Bibbia
 
 
La Bibbia ha avuto una lunga storia, la cui ricostruzione è piuttosto complessa; non è un libro ritrovato casualmente presso gli ebrei e al quale i cristiani hanno aggiunto consapevolmente un altro gruppo di libri incentrati sulla persona di Gesù Cristo. La redazione di tutti i libri ha subito un processo ben più articolato, e costituisce una delle ultime tappe di questo processo. Ad esempio: il Pentateuco (i primi cinque libri della Bibbia), come testo scritto, probabilmente comincia a formarsi verso il 900 a.C. e termina nel 400 circa a.C.; la vera identità di molti autori o redattori è sconosciuta. Non vogliamo qui entrare nei dettagli dei processi di formazione dei testi biblici — non è questo il nostro scopo — ma enunciare alcuni momenti fondamentali.
 
Alla base del «fenomeno Bibbia», vi è in primo luogo un'esperienza religiosa chiamata «rivelazione», ossia la straordinaria esperienza di comunione tra Dio e il suo popolo (Antico Testamento), tra Dio e l'uomo realizzatasi nell'evento Gesù di Nazareth (Nuovo Testamento).
 
Dal punto di vista umano ogni esperienza precede la sua descrizione: per poter essere raccontata, una storia dev'essere accaduta. L'antico Israele, per esempio, ha prima sperimentato l'oppressione e la liberazione dalla schiavitù egizia, poi ha iniziato a raccontarle. Tuttavia non sarà un puro e semplice raccontare, perché nello stesso tempo cercherà di far comprendere l'importanza di quell'evento nella propria esistenza.
 
Il raccontare è una delle forme più elementari a disposizione dell'uomo per interpretare gli eventi. Si tratta di una narrazione e di un'interpretazione di fatti, e non di nuda cronaca. Raccontare significa trasmettere qualcosa, cioè tramandare.
 
Questa azione del trasmettere avvenne in primo luogo in forma «orale»: gli eventi con cui Dio s'era manifestato nella storia, salvando il suo popolo, erano tramandati a viva voce.
 
L'ambiente di questa tradizione è la vita del popolo di Dio nei suoi vari ambiti: famiglia, tempio, santuari, la corte dei re per l'Antico Testamento, gli apostoli, le prime comunità cristiane per il Nuovo Testamento. Il filo conduttore che lega gli eventi nell'arco di 500, 600, 1.000 anni è rappresentato dal meraviglioso intervento di YHWH - יהוה nella storia (d’ora in poi Adonaj - יְהוָה֙). Contestualmente alla trasmissione orale o in periodi successivi iniziano a formarsi piccoli componimenti letterari, fino a quando, nel tempo, non saranno portati a compimento quegli scritti che gli ebrei chiamano le Scritture: Torah (insegnamento, Legge), Profeti, Scritti, e i cristiani chiamano Antico Testamento (o Primo Testamento).
 
Per i cristiani la rivelazione di Dio nella storia raggiunge il culmine con la venuta di Gesù Cristo. L'insegnamento, le opere e il comportamento di Gesù aprono le porte a una nuova Tradizione (dal latino tradere, che vuol dire tramandare, trasmettere). Gli eventi della Risurrezione e della Pentecoste danno origine alla predicazione post-pasquale degli apostoli e dei discepoli, e con essa nasce la Tradizione su Gesù. La Buona Novella, il Vangelo (letteralmente significa «Buona Notizia») è in primo luogo vissuto e predicato: è la vita delle comunità che incentra la sua esistenza sul suo fondatore. Anche qui si formeranno piccole raccolte di parole e fatti di Gesù per l'esigenza dei predicatori e delle loro comunità, come ad esempio la missione, la catechesi e la liturgia. Il primo scritto del Nuovo Testamento è la Lettera ai Tessalonicesi, dell'apostolo Paolo (50 o 51 d.C.), appena vent'anni dopo gli eventi salvifici, con cui si cerca di approfondire il mistero di quel personaggio storico. Il primo Vangelo, come testo scritto, apparirà intorno al 64 d.C.
 
 
2.     L'attività scrittoria nella Bibbia
 
La possibilità di tramandare per iscritto quanto è narrato all'interno nella Bibbia è strettamente legata all'evoluzione e allo sviluppo non solo del materiale scrittorio, ma anche e soprattutto allo sviluppo dell'alfabeto e della scrittura stessa. Ad esempio, i sumeri sono passati dall'immagine al carattere cuneiforme. Con il passare del tempo, la scrittura anziché richiamare un'immagine, ha espresso un suono o un gruppo di suoni attraverso dei segni o simboli grafici. È utile ricordare che nell'antico oriente i tipi di scrittura sono stati numerosi. Si pensa che nel 1500 a.C. si sia imposta la riduzione del numero dei segni e la loro trasformazione e classificazione in un ordine fisso. Con i fenici si passa da un alfabeto consonantico all'impiego di vocali come elemento costitutivo del linguaggio. Tuttavia saranno i greci a dare la vocalizzazione definitiva all'alfabeto semitico.
 
All'interno della Bibbia vi sono delle testimonianze che parlano di un'attività scrittoria, anche se queste non vanno intese così come le intendiamo oggi. L'Antico Testamento, volendo risalire ai padri fondatori, riferisce che Mosè trascrisse i dieci comandamenti (Esodo 24,12; 34,27), le parole di יְהוָה֙ (Esodo 24,4), la Legge (Giosuè 8,31) e anche una copia delle leggi (Deuteronomio 27,4ss). Inoltre egli mise per iscritto tutte le leggi del paese (Deuteronomio 30,10) e le sentenze (Esodo 34,27, cfr. 2 Re 17,37), le disposizioni di legge (Deuteronomio 24,1; Mc 10,14), le tappe del cammino dell’esodo degli israeliti (Numeri 33,21) e le parole del canto della vittoria (Deuteronomio 31,19.21). Probabilmente fu aiutato da coloro che sapevano scrivere (‎שֹׁטְרִים shoterim, cfr. Numeri 11,16) che; essendo in grado di porre per iscritto le sentenze, erano strettamente collegati agli ambienti giudiziari. Bisogna, infatti, ricordare che le prime forme di scrittura su tavoletta (cfr. più avanti) servivano per regolare la vita di un popolo: erano testi giuridici ed economici. Samuele scrisse il diritto del regno di Saul, da poco creato (1 Samuele 10,25); David scrisse delle lettere al suo comandante Ioab (2Samuele 11,14), ecc. In tutte le epoche dell'Antico Testamento gli scribi di corte si occupavano spesso di scrivere liste di persone (1 Cronache 4,41; 24,6). Gli stessi profeti hanno utilizzato segretari-scrittori: Geremia dettava al suo segretario Baruc (Geremia 30,2; 36,27, 45,1). Nel periodo del Nuovo Testamento Gesù Cristo e i suoi apostoli, facendo spesso riferimento alle Sacre Scritture, affermavano: «Così è scritto» (dal greco ghegraptai, che compare 106 volte). Gesù sapeva scrivere (Giovanni 7,14-15), lesse in pubblico (Luca 4,16-19) e i Vangeli narrano che scrisse almeno in un'occasione (Giovanni 8,6).
 
Il governatore romano Pilato fece apporre sulla croce un'iscrizione in tre lingue (Giovanni 19,19.22; 21,24; Luca 1,3; Atti 1,1), e Paolo (Galati 6,11; File-mone 19; Romani 15,15) utilizzava un segretario-scrittore chiamato Terzo (Romani 16,22).
 
 
3.     Le lingue della Bibbia
 
La maggior parte dei libri dell'Antico Testamento furono scritti in ebraico, una lingua semitica imparentata con l'arabo e il babilonese, molto diversa dalle lingue occidentali di origine europea.
 
Se la scrittura egiziana era strutturata in «segni-immagini» (i geroglifici), l'assiro-babilonese in segni-sillaba (scrittura cuneiforme), l'ebraico all'inizio fu scritto in segni alfabetici, inventati dai fenici nel XV secolo a.C.; tale alfabeto comprendeva soltanto consonanti, con una notevole varietà di suoni gutturali e sibilanti. Quando la lingua ebraica cessò di essere parlata si inventarono diversi mezzi per annotare le vocali, ma lasciando identico il testo consonantico dell'Antico Testamento.
 
I giudei che nel I secolo d.C. fissarono la lista ufficiale dei libri canonici, ossia quelli considerati ispirati, furono molto attenti a far sì che il testo formato da consonanti fosse capito senza manomissioni.
 
Allo scopo di facilitare la lettura e rendere comprensibile il testo, nel VII secolo d.C. i masoreti (uomini della tradizione) aggiunsero dei punti vocalici sotto il testo e gli accenti. Per capire l'importanza di tale lavoro, basta considerare quanto sia difficile comprendere il significato di una parola in italiano partendo solo dalle consonanti: per esempio, se alla sequenza delle consonanti «pzz» si aggiungono le vocali italiane, potremo avere una derivazione di tanti significati (pezzo, pizza, pizzo, pazzo, ecc.). Se i masoreti non avessero fatto il lavoro di collocare i punti vocalici, per noi sarebbe stato veramente difficile leggere il testo ebraico. Prima del 1947 i testi ebraici erano delle copie che risalivano al IX secolo d.C., ma con la scoperta di Qumran, in una grotta presso il Mar Morto, furono rinvenuti i testi dell'Antico Testamento risalenti al I o II secolo a.C.; il confronto con i documenti che già si possedevano fu sorprendente: ne emerse un'assoluta fedeltà. I copisti furono molto attenti nel trasmettere il testo ritenuto sacro.
 
Alcune parti della Bibbia (i libri di Daniele e di Esdra nell'Antico Testamento) furono scritti in aramaico, la lingua semitica che soppiantò l'ebraico nel VI secolo a.C.: per aramaico s’intende l'insieme dei dialetti delle tribù che, provenendo dalle steppe dell'est (X-VIII secolo a.C.), emigrarono nella regione della Siria-Palestina. Probabilmente gli ebrei lo portarono con sé tornando dall'esilio babilonese, ed esso finì per soppiantare l'ebraico. La lingua aramaica è originale quanto l'ebraico, e presenta aspetti talvolta più evoluti ma anche più arcaici.
 
La versione greca detta «dei LXX» (vedi più avanti, al paragrafo Le traduzioni antiche) comprendeva alcuni libri e parti di libro non inclusi nel canone ebraico. Alcuni di essi entrarono a far parte del canone cosiddetto «alessandrino», a tutt'oggi utilizzato nelle Chiese cattoliche e ortodosse; quelle protestanti, pur considerando utili questi libri, non li considerano normativi e spesso li omettono dalle loro edizioni. Di questi libri accolti nel canone «alessandrino», almeno due furono scritti direttamente in greco (la Sapienza e 2Maccabei), oltre ad alcune aggiunte al libro di Ester (di altri testi ignoriamo la lingua originale).
 
Anche tutto il Nuovo Testamento fu scritto in greco. Naturalmente non si tratta della lingua dell'epoca classica, dei grandi scrittori greci, ma di quella lingua che si diffonde dalla metà del IV secolo per tutto il bacino del Mediterraneo, diventandone la lingua comunemente parlata e scritta, e per tale motivo detta koiné (comune/volgare). Le differenze con la lingua classica riguardano soprattutto la sintassi, ossia la coordinazione delle frasi nei periodi, in quanto tende alla semplificazione e ad eliminare le possibili difficoltà. In definitiva, una lingua che tutti potevano parlare. E forse un po' come l'inglese di oggi, che permette una comunicazione con tutti, e certamente la lingua parlata da chi non l'aveva come lingua madre subiva delle trasformazioni. Tuttavia il greco del Nuovo Testamento ha ricevuto un bagaglio di idee, di immagini e di procedimenti, tipici della lingua ebraico-aramaica.
 
 
Figura 2: tavola degli alfabeti
Le lettere greche ϕ χ ψ ω sono segni supplementari non di origine semitica.
 
In latino valeva sia come vocale –u sia come consonante –v.
 
Negli alfabeti greci occidentali come nel latino, ha conservato il suono d’aspirazione.
 

1.     I materiali utilizzati
 
Nelle antichità per scrivere, utilizzati materiali diversi: pietre, metalli, argilla e ceramica, osso, pelle, legno, papiro. La conservazione di tali reperti è dipesa non solo e non sempre dalla loro apparente maggiore o minor resistenza, bensì dalle vicende cui sono stati sottoposti. La natura del materiale ha determinato stile e tecnica della scrittura.
 
Pietra
 
Le iscrizioni erano scolpite sulla pietra o sulle rocce. Testi per monumenti erano incisi su colonne funebri predisposte, obelischi o pezzi di roccia levigati. Le superfici morbide o solcate erano ricoperte di malta. Le tavole di pietra, come indica probabilmente la loro forma rettangolare, erano usate normalmente per scritti del re, per memorie o testi religiosi oppure per copie di editti di interesse generale (Hammurabi). Il mezzo utilizzato era lo scalpello. L'autore del testo biblico immagina che su questo tipo di tavole, che spesso non mi-suravano più di 45 per 30 cm, fossero stati scritti anche i dieci comandamenti (Esodo 32,16).
 
Tavolette
 
Si trattava di tavolette di legno o di avorio recanti un infossamento, su cui si stendeva uno strato di cera da incidere con una punta di ferro. Queste tavole, combinate di solito in dittico o in polittico, erano utilizzate per qualsiasi tipo di scrittura. Nel periodo ellenistico e romano si scriveva spesso su materiale simile alle lavagnette che in parte si usano anche oggi (Luca 1,63: pinakidion).
 
Tavole di argilla
 
Tavolette di argilla fresca, su cui — ad esempio a Babilonia, - s'incidevano schizzi e perizie; erano lasciate essiccare al sole e divenivano veri e propri mattoni, abbastanza ingombranti da salvaguardare ma con il pregio di conservarsi a lungo. La conoscenza di civiltà scomparse è dovuta alle numerose scoperte archeologiche che hanno riportato alla luce intere «biblioteche». Il profeta Ezechiele (cfr. 4,1) pare abbia utilizzato un materiale simile.
 
Frammenti di ceramic
 
I frammenti di ceramica (ostraka) rappresentavano un materiale di scrittura ampiamente usato perché, grazie al basso costo e alla facile reperibilità, erano particolarmente adatti per brevi comunicazioni.
 
Altri materiali
 
I ritrovamenti archeologici degli ultimi anni hanno documentato l'esistenza di ulteriori materiali usati per scrivere:
 
·        due lamine d'argento del VII secolo a.C. con la benedizione sacerdotale (Numeri 6,24-26) o parti di essa;
 
·        un melograno d'avorio dell'VIII secolo a.C. che apparteneva al Tempio di Salomone e che presenta la più antica iscrizione in cui compare il tetragramma divino (YHWH).
 
Papiro
 
La parola «papiro» designa tanto la pianta quanto la carta prodotta con essa. Questo materiale scrittorio era preparato, soprattutto in Egitto, in appositi opifici, ed era ricavato dalle rigogliose piante di papiro che crescevano lungo il delta del Nilo.
 
I grossi steli delle piante di papiro, alte fino a sei metri, erano tagliati a pezzi; poi, con lame ben affilate, se ne ricavavano strisce sottilissime nel senso della lunghezza. Queste strisce erano ben accostate l'una accanto all'altra, in modo che le fibre fossero disposte in un'unica direzione; su questo strato se ne sovrapponeva trasversalmente un altro. I due strati venivano poi, con l'aggiunta di acqua, pressati e lisciati. Quando il foglio era pressato, le strisce si univano grazie soprattutto alla so¬stanza collante contenuta nelle fibre stesse. I fogli, essiccati al sole, erano incollati per formare il rotolo, composto in media da venti fogli, che poteva avere una lunghezza massima di 10 metri.Il rotolo presentava all'interno le fibre in senso orizzontale, recto, sul quale era più facile scrivere; sul lato del papiro con le fibre verticali, detto verso, scrivere era più faticoso. Per scrivere sul papiro si usavano in età greca una canna appuntita e un inchiostro per lo più nero composto di nerofumo, gomma e acqua. La carta di papiro poteva essere di diversi tipi, distinti per levigatezza e leggerezza, e anche il loro costo era differente.
 
I testi neotestamentari dell'epoca più antica sono scritti su papiro, come ogni altro testo letterario di quei secoli. Esso non aveva quel colore marrone o ancora più scuro che siamo abituati a vedere nei papiri oggi conservati nelle vetrine dei musei: era giallo-grigiastro o anche giallo chiaro, poiché lo scurirsi del colore deriva dall'essere stato per secoli sepolto nelle sabbie dell'Egitto.
 
I cristiani, fin dal principio, non hanno adottato il rotolo ma il «codice»: prendevano una serie di fogli di papiro e li piegavano nel mezzo; ciascun foglio era scritto sul recto e sul verso, quindi non solo sulla parte con le fibre orizzontali, su cui si scriveva facilmente, ma anche su quella con le fibre verticali, dove lo scrivere era molto più difficoltoso. Il codice deriva nome e forma dal latino code; che indicò a un certo punto le tavolette di legno incerato unite da legacci passanti per fori laterali, e costituì il primo stadio del libro.
 
Per la valutazione del testo ebraico dell'Antico Testamento è interessante la testimonianza del papiro Nash; esso porta il nome del segretario della Society of Biblical Archeology di Cambridge, che lo acquistò nel 1902. Contiene due brani: Esodo 20,2-17 e Deuteronomio 6,4ss, che corrispondono ai testi che i giudei osservanti utilizzavano per i filatteri.
 
I testi greci dell'Antico Testamento sono ampiamente rappresentati nelle collezioni Chester Beatty (Dublino), John Rylands (Manchester), Bodmer (Ginevra). Il papiro Egerton, che si trova al British Museum di Londra, presenta anch'esso grande interesse.
 
Il più antico papiro cristiano di cui disponiamo è forse il Papiro Rylands, che si trova a Manchester. Datato 125 d.C., viene dall'Egitto: dal Faiyum o da Ossirinco. Esso attesta l'esistenza, in Egitto, del Vangelo di Giovanni nella prima metà del II secolo; questo testo di Giovanni (18,31-33.37-38) è stato pubblicato nel 1935. Si tratta di un frammento della parte superiore di un foglio di codice che misura cm 8,9 per 5,8. Ne restano 7 righe tanto sul diritto che sul rovescio. All'origine ogni pagina doveva misurare cm 22 per 18 e avere 18 righe. È stato scritto durante l'impero di Adriano (117-138). Più tardi, i grandi manoscritti onciali (cioè in maiuscolo) riprodurranno lo stesso testo.
 
La collezione Bodmer contiene papiri biblici e teologici, ed è paragonabile alla collezione Chester Beatty. Martin Bodmer acquistò i frammenti nel 1955-56 e li conservò nella fondazione che porta il suo nome, a Ginevra/Cologny, in Svizzera. Questi papiri sono importanti per il loro contenuto — in essi si trovano anche parti dell'Antico Te stamento in sahidico e greco — e per il loro stato di conservazione.
 
Dal IV secolo d.C. in poi si diffonderà sempre più l'uso della pergamena anche se materiali di papiro saranno ancora utilizzati per diversi secoli.
 
La pergamena
 
Plinio il Vecchio (I secolo d.C.) narra che Eumene, re di Pergamo, volendo fondare una biblioteca che gareggiasse con quella famosa di Alessandria, fu ostacolato da un divieto d'esportazione dei papiri dall'Egitto, cosicché scelse la pergamena come materiale per i manoscritti della propria biblioteca (Naturalis Historia XIII, 23.78-80) — il nome del materiale scrittorio deriva appunto da Pergamo. La pergamena è il risultato di uno speciale trattamento della pelle animale. Dopo che la bestia era stata scuoiata (in teoria poteva trattarsi di qualsiasi bestia, ma di solito era pecora o capra) la si faceva temprare in un bagno di calce in modo che restasse morbida. Successivamente era raschiata con uno speciale strumento al fine di eliminare le parti grasse, e infine veniva levigata con pietra pomice. La resistenza e la possibilità di un reimpiego, in seguito a raschiatura, assicurarono a poco a poco alla pergamena il predominio sugli altri materiali: tavolette, ostraka, papiri. Alcuni manoscritti in pergamena furono raschiati completamente per permettere un riutilizzo totale: si chiamano palinsesti (raschiati per scrivervi nuovamente). La biblioteca essena di Qumran, scoperta sulle rive del Mar Morto in diverse grotte, nelle quali i rotoli erano stati nascosti certamente nel I secolo d.C., al tempo della guerra giudaica contro i romani (66-70), ha fornito numerosi rotoli di cuoio. Anche di pergamena esistevano vari tipi: la più fine (vellum) si ricavava da animali giovani.
 
La pergamena presentava vantaggi e svantaggi rispetto alla carta di papiro. Tra i vantaggi stava il fatto di poter essere prodotta ovunque e non solo sul luogo di crescita della pianta. Inoltre si potevano usare con più facilità entrambi i lati e farne un «riciclaggio» successivo in seguito a raschiatura. Gli svantaggi erano costituiti dal costo più alto (da ogni animale piccolo si ottiene un'unica pelle), dalla necessità di tracciare linee e margini per guidare la scrittura (nel papiro questo è facilitato dal senso delle fibre) e dalla maggior levigatezza della superficie che, riflettendo la luce, affaticava l'occhio del lettore e dello scrivente.
 
L'inchiostro usato era nero o marrone, dapprima di gallo di quercia e acqua, in seguito con aggiunta di solfato di ferro e gomma. Per le lettere iniziali ci si serviva di inchiostro colorato, specialmente rosso (in latino ruber, da cui «rubrica»).
 
L'altro problema che si presentava col passaggio dal papiro alla pergamena era la limitazione dell'ampiezza della pagina. Da una pecora o da una capra si ricavavano soltanto due doppi fogli, cioè quattro fogli del codice che ci si proponeva di allestire, e nei limiti che erano determinati dalle dimensioni dell'animale. Per preparare, dunque, un codice di un gruppo di scritti neotestamentari di medio formato (circa 200-250 fogli del formato di circa 25 per 19 cm), occorrevano le pelli di almeno 50-60 capre o pecore: vale a dire, di un intero gregge.
 
Spesso i codici sono molto più voluminosi, perché contengono più di una parte del Nuovo Testamento; di conseguenza, il numero delle pelli necessarie era notevole. Pensando a ciò, si può immaginare quanto costasse, nei secoli passati, un codice neotestamentario. Un codice di grande formato (il Sinaitico ha avuto in origine un formato almeno di cm 43 per 38) o di pergamena particolarmente fine, aveva un costo esorbitante. Un manoscritto neotestamentario, a quell'epoca, valeva un patrimonio: la pergamena era soltanto la materia bruta. Infatti, successivamente bisognava trascrivere il testo, usare il colore per le iniziali, e spesso anche adornare il codice con miniature eseguite da artisti. Quando la pergamena era colorata con la porpora e recava scritture argentee o auree (il secolo VI ci ha tramandato parecchi codici di questo genere), non poteva trattarsi, evidentemente, che di esemplari eseguiti su commissione da personalità o istituzioni, per le quali la spesa non aveva importanza.
 
La carta
 
Tradizionalmente l'invenzione della carta è attribuita ai cinesi già nel I secolo d.C. Gli arabi la diffusero nei territori da loro dominati a partire dal secolo VIII, mentre in occidente si diffonde su larga scala a partire dal secolo XIII (cartiere di Fabriano): il più antico manoscritto cartaceo del Nuovo Testamento appartiene al XII secolo. Tuttavia la pergamena è stata utilizzata anche nei secoli successivi. Su circa 5.300 manoscritti del Nuovo Testamento da noi posseduti, pressappoco 1.250 sono scritti su carta (tra questi, 695 in minuscola e 558 lezionari; inoltre, in undici codici in minuscola e in cinque lezionari si trovano, uniti insieme, fogli di pergamena e fogli di carta). All'inizio la carta era fatta in modo da imitare la pergamena (carta cosiddetta «bombicina»).
 
2.     I manoscritti biblici
 
In nessun'opera letteraria del mondo classico possediamo i testi originali, ossia scritti dagli stessi autori che hanno composto l'opera, ma solo trascrizioni che addirittura risalgono al Me-dioevo, grazie al lavoro paziente e minuzioso di amanuensi. Ciò è vero anche per la Bibbia, i cui testi originali sono irrimediabilmente perduti, ma possediamo un grandissimo numero di manoscritti (2.500 per il Nuovo Testamento) che sono molto vicini al testo originale: di un medesimo testo vi sono diverse copie, trascritte in epoche diverse e con modalità differenti.
 
Il testo della Bibbia in lingua originale (ebraico/aramaico e greco) ci è noto attraverso i testimoni indiretti (citazioni, catene; versioni) e attraverso i testimoni diretti che sono i manoscritti biblici.
 
Le Bibbie che oggi leggiamo in lingua corrente hanno alla base i differenti manoscritti, catalogati secondo la loro importanza e attendibilità. Una particolare disciplina, la critica testuale, si preoccupa di individuare attraverso il confronto dei vari manoscritti i testi che sono considerati più «autentici». Chi traduce la Bibbia utilizza particolari strumenti chiamati «edizioni critiche», che riportano tutte le differenze fra i vari manoscritti, dovute a mutamenti consci o inconsci da parte dell'amanuense. Bisogna considerare che, nel Medioevo, spesso chi scriveva si serviva di uno che dettava, ed era possibile commettere errori.
 
3.     Manoscritti ebraici
 
Manoscritti premasoretici
 
Dopo che i masoreti (uomini della tradizione) ebbero terminato la vocalizzazione del testo ebraico dell'Antico Testamento (compresi i pochi passi aramaici), dal VII al X secolo d.C., eliminarono tutti i manoscritti antichi, in modo da imporre meglio la loro opera. Fino al 1947 non si possedeva alcun manoscritto antico, tranne il papiro di Nash (Egitto, del 150 circa a.C.; contiene Deuteronomio 6,1s e il Decalogo), il Pentateuco samaritano e i resti dell'Esapla di Origene (versioni antiche). La scoperta dei manoscritti del Mar Morto, di Masada e di Murabbahat fu di enorme interesse per la conoscenza del testo ebraico dell'Antico Testamento. Questi manoscritti vanno dal 250 circa a.C. fino al 70 circa d.C. per Qumran e Masada, e fino al 135 d.C. per gli altri luoghi. Sono stati ritrovati anche rotoli completi, come quello di Isaia, molto ben conservato.
 
Manoscritti masoretici
 
Tra i più importanti sono da ricordare quelli della Ghenizah del Cairo, il manoscritto C (Il Cairo, datato 895) che contiene i Profeti; il manoscritto A (Aleppo, Siria, oggi a Gerusalemme, datato 930) che contiene i Profeti e i Salmi; il manoscritto L (Leningrado, oggi San Pietroburgo, datato 1091), il più antico manoscritto conservato che contenga l'insieme dell'Antico Testamento ebraico.
 
4.     Manoscritti greci
 
Manoscritti dell'Antico e del Nuovo Testamento
 
Alcuni grandi manoscritti presentano la Bibbia greca completa (Antico Testamento nella versione della LXX e Nuovo Testamento). Citiamo qui i più importanti.
 
·        Sinaitico (indicato con S e con la lettera ebraica alef). Fu scoperto da Tischendorf nel 1844 nel monastero di Santa Caterina del Sinai in un cesto di carta da bruciare. Dopo molteplici peripezie, fu portato in Europa. Una piccola parte si trova a Lipsia, la maggior parte, conservata a San Pietroburgo, fu venduta nel 1933 dai sovietici agli inglesi e ora costituisce uno dei tesori del British Museum. Contiene tutto il Nuovo Testamento e quasi tutto l'Antico Testamento. Generalmente si fa risalire al IV secolo.
 
·        Alessandrino (A). Fu offerto da Cirillo Lukaris, patriarca di Costantinopoli, a Giacomo I d'Inghilterra nel 1624. Risale probabilmente all'inizio del V secolo, rimase a lungo ad Alessandria ed è attualmente conservato alla British Library. Contiene il Nuovo Testamento e l'Antico Testamento.
 
·        Vaticano (B). La presenza di questo manoscritto nella Biblioteca vaticana è accertata dal 1481. Contiene l'Antico Testamento e il Nuovo Testamento, ma è mutilo e presenta parecchie lacune importanti (parti di Genesi, Salmi, Ebrei, lettere apostoliche e Apocalisse). Generalmente si fa risalire al IV secolo, è il più antico e il più affidabile manoscritto biblico greco su pergamena.
 
·        Codice di Efrem riscritto (C). E conservato a Parigi nella Biblioteca nazionale. Arrivato dall'Oriente in Italia nel XVI secolo e portato in Francia da Maria de' Medici, è costituito da pagine di un manoscritto biblico greco del V secolo riutilizzate, dopo una raschiatura parziale del testo, nel XII secolo, per scrivere opere di Efrem. Il testo primitivo è ancora in grande parte decifrabile; contiene più della metà del Nuovo Testamento e una piccola parte dell'Antico Testamento.
 
Manoscritti del Nuovo Testamento
 
Solitamente, i manoscritti greci del Nuovo Testamento (come quelli della LXX) sono suddivisi in quattro categorie e sono preceduti da una sigla per distinguerli tra loro.
 
®   Papiri II – VII secolo): spesso molto frammentari, trovati in Egitto (inizi secolo XX) e scritti in onciale (cioè in maiuscolo), il materiale di supporto è il papiro; i papiri più importanti sono il papiro Rylands (P52), che risale all'inizio del II secolo d.C., i papiri che appartengono alla collezione Chester Beatty (P45 e P47), i papiri della collezione Bodmer.
 
®   Maiuscoli o onciali (III-1X secolo): in scrittura onciale; il supporto della scrittura è la pergamena. Tra i più importanti il codice B o Vaticano, conservato nella Biblioteca vaticana; il Sinaitico (S); un codice palinsesto, detto di Efrem riscritto (C) perché nel XII secolo vi furono riscritte, dopo raschiature, opere di sant'Efrem in greco; il codice Alessandrino (A), conservato al British Museum e risalente al V secolo; il codice Claromontanus (D) perché conservato nel monastero di Clermont.
 
®   Minuscoli (IX-XVII secolo): in scrittura minuscola, su supporto di pergamena o di carta.
 
®   Lezionari (IV-XVIII secolo): raccolte di brani tratti dalla Bibbia da utilizzare nelle celebrazioni liturgiche, scritte in onciale e poi in minuscolo, su pergamena o carta. Molti sono i lezionari pervenutici; i più antichi e meglio conservati sono l'evangeliario (contiene brani del Vangelo) e il salterio (la raccolta dei Salmi) di Verona (VI secolo).
 
Alcune caratteristiche
 
I manoscritti antichi, sia quelli greci in caratteri maiuscoli e molti in caratteri minuscoli, sia quelli ebraici medievali, presentano una scriptio continua, poiché in tal modo si poteva guadagnare spazio nella stesura del testo. Inizialmente scritti in lettere maiuscole (onciali), più tardi furono soppiantati da quelli in scrittura minuscola per motivi pratici: richiedevano una quantità inferiore di materiale e rendevano più accessibile la spesa di copiatura.
 
La parte finale di un manoscritto si chiama co-lofon, dal greco kolofon (cima, termine). In esso sono date le notizie essenziali sul contenuto, lo scriba e il suo lavoro. I kolofon dei manoscritti ebraici sono più complessi e ricchi di notizie di quelli dei manoscritti greci.
 
La necessità di trovare velocemente passi o brani della Bibbia, a scopo didattico o liturgico, ha determinato la suddivisione del testo in capitoli all'inizio del XIII secolo, e in vèrsetti nel XVI.
 
5.     Le traduzioni antiche
 
Particolare importanza per la trasmissione del testo biblico rivestono anche le traduzioni antiche, solitamente suddividise in due categorie: quelle di origine giudaica, riguardanti solo l'Antico Testamento, e quelle di origine cristiana, comprendenti l'Antico e il Nuovo Testamento. Le prime traduzioni rispondono all'esigenza di diffusione del cristianesimo e furono portatrici di una nuova tradizione culturale.
 
Traduzioni di origine giudaica
 
La Settanta (LXX)
 
·        La versione greca, detta dei Settanta (LXX), che diventò poi la Bibbia dei cristiani, è il primo esempio di traduzione di un intero corpus di letteratura sacra in una lingua nuova al di fuori del mondo semitico. Essa fu compiuta ad Alessandria, probabilmente intorno alla metà del III secolo a.C., durante il regno di Tolomeo Filadelfo (285-247 a.C.). Secondo una leggenda, sarebbe stata tradotta contemporaneamente da 72 saggi (sei per ogni tribù d'Israele) per i giudei che non parlavano più la lingua madre. Con tale leggenda, si voleva in un certo modo ritenere autorevole un testo che in realtà era il prodotto di differenti traduttori e soprattutto che esso fosse accettato benché non scritto in lingua originale.
 
·        Le versioni di Aquila, Simmaco e Teodozione, raccolte nella cosiddetta Esapla (ovvero sei colonne parallele). Quest'ultima fu redatta da Origene e da suoi collaboratori nel 254 d.C., un lavoro durato circa trent'anni, in cui vennero raccolti il testo ebraico conosciuto in quel tempo, le precedenti traduzioni già citate, la LXX e altre traduzioni in lingua greca.
 
·        Le versioni aramaiche dette Targumim: quando l'ebraico fu soppiantato dall'aramaico come lingua popolare, il lettore nella sinagoga traduceva direttamente in aramaico il testo ebraico (targum, traduzione). Queste versioni dapprima orali furono poi messe per iscritto. Esistono differenti versioni, le principali sono i targumim «Palestinese» (V secolo) e «Onqelos» (IV-V secolo).
 
Traduzioni di origini cristiane
 
La Vetus Latina
 
Con questa denominazione (VL) è designata convenzionalmente qualunque traduzione latina antica della Bibbia anteriore alla Vulgata di san Girolamo. L'esigenza di una traduzione latina fu avvertita dal momento in cui il cristianesimo si propagò tra i popoli di lingua latina. Sebbene nei centri maggiori tra le persone colte fosse parlato e capito anche il greco, già alla fine del I secolo d.C. si provvide a tradurre, almeno in parte, i testi sacri in latino per la catechesi e per la liturgia, soprattutto per la gente comune. Per quanto riguarda il testo, l'Antico Testamento proviene dalla traduzione greca dei LXX e il Nuovo Testamento dal codice onciale D, diffuso soprattutto in Occidente, avendo incontrato il fa-vore delle comunità cristiane locali poiché rendeva il testo neotestamentario più accessibile ai lettori. L'importanza della Vetus latina è data dal fatto che contribuisce alla ricostruzione critica del Nuovo Testamento greco, da cui deriva direttamente e per di più con una traduzione molto aderente. È da ricordare inoltre l'uso che la liturgia, i Padri e altri scrittori latini hanno fatto della Vetus latina.
 
La Vulgata
 
La versione latina della Bibbia realizzata da san Girolamo su incarico del papa Damaso verso la fine del IV secolo d.C. è detta Vulgata (Vg), cioè divul¬gata, diffusa tra il popolo.
 
I libri dell'Antico Testamento furono tradotti da Girolamo utilizzando, per la prima volta, direttamente il testo ebraico, mentre le precedenti traduzioni erano basate sul testo greco della LXX.
 
Per la traduzione del Nuovo Testamento furono utilizzati come base un testo greco molto simile al codice B (Vaticanus) e la stessa Vetus latina. Non possediamo alcun manoscritto dell'originale di san Girolamo, ma disponiamo di più di 8.000 copie. Con l'andare del tempo la Vulgata fu soggetta ad alterazioni. Pio X, dal 1907, affidò all'Ordine dei Benedettini il compito di preparare un'edizione critica della Vulgata, presso l'Abbazia di San Girolamo a Roma. Inoltre, circa un decennio fa è stata pubblicata la Neo-Vulgata, frutto di un paziente lavoro di ricostruzione del testo originale.
 
La versione siriaca
 
È detta Peshitta (cioè comune o semplice); fu imposta in tutte le diocesi di lingua siriaca. Risale agli ultimi decenni del IV secolo d.C., ed è il risultato di un'elaborazione di una precedente traduzione, detta Vetus Syra.
 
Le versioni copte
 
Il copto rappresenta l'ultima tappa dell'evoluzione dell'egiziano antico. Era la lingua parlata della popolazione egiziana assai prima dell'era cristiana. Fino al 200 d.C. non era una lingua scritta, e tale passaggio avvenne in occasione della traduzione dei testi biblici. Il copto sviluppò sette forme dialettali, e di questi dialetti il più importante è il sahidico; la più antica traduzione in sahidico risale al 270 d.C. In tale dialetto cento anni dopo erano stati già tradotti tutti i testi della Bibbia.
 
La versione armena
 
Risale all'inizio del V secolo ad opera del patriarca Sahak (390-439) e Mesrob (†439), ai quali si attribuisce l'invenzione della scrittura armena.
 
La versione etiopica
 
La versione della Bibbia in etiopico fu iniziata probabilmente alla fine del IV secolo, quando fu consacrato vescovo Acsum Frumenzio. Tuttavia non si possiede l'originale, ma manoscritti che risalgono al XIII secolo.
 
La versione gotica
 
la Bibbia tradotta dal vescovo Ulfila, apostolo dei goti nelle province del Danubio intorno alla metà del IV secolo. Per tale traduzione fu creato un apposito alfabeto, e costituisce la più antica opera letteraria in lingua germanica.
 
Le versioni arabe
 
Non si conosce in quale data precisa la Bibbia sia stata tradotta in lingua araba. Tuttavia Maometto (†632), per le sue relazioni con ebrei e cristiani, era a conoscenza dei testi biblici. I più antichi testi conservati sembrano risalire al IX secolo. Tali versioni provengono dal copto, dal siriaco e dal greco.
 
Le versioni slave
 
Grazie all'opera di Cirillo (†869) e Metodio (†885) fu iniziata la traduzione dei Vangeli e dei Salmi. La traduzione completa si ebbe alla fine del IX secolo.
 
Le Bibbie illustrate medievali
 
Gli antichi manoscritti biblici, i grandi onciali del IV e V secolo d.C. (Sinaitico, Vaticano, Alessandrino), come gli altri manoscritti greci non hanno alcuna illustrazione o tipo di decorazione. Con i manoscritti latini cominciano ad apparire le illustrazioni.
 
Il più antico che si conosca è un manoscritto italico del IV secolo, i cui frammenti sono stati scoperti a Quedlimburg nel 1898.
 
Per quanto riguarda l'oriente, a Bisanzio si sviluppò tutta un'arte di illustrare la Bibbia. Una del le più antiche testimonianze è costituita dal manoscritto della Genesi (I o codice Purpureus Vidobonensis: 24 foglietti, cioè quasi tutto il primo libro della Bibbia) conservato nella Biblioteca nazionale di Vienna.
 
A partire dal V secolo e fino all'invenzione della stampa si assiste all'opera di amanuensi e di decoratori che, oltre ad assicurare una diffusione capillare della Bibbia, cercano di utilizzare tutte quelle tecniche artistiche al fine di rendere, attraverso le immagini, il senso di quanto è descritto in tante pagine della Bibbia. In tutto il Medioevo si assiste alla produzione di Bibbie in varie lingue e di testi biblici da utilizzare nella liturgia: gli evangeliari. La scuola irlandese nei secoli VII e VIII produsse Bibbie miniate stupende. Nell'epoca carolingia si moltiplicano le copie della Bibbia arricchite talvolta da preziose miniature.
 
Furono prodotte le cosiddette Bibbie glossate che perdurarono fino al XVI secolo, di grande formato, in cui erano riportate annotazioni e aggiunte (glosse) accanto al testo biblico con le relative spiegazioni. Tuttavia, a causa del loro grande formato erano utilizzabili soltanto nelle cattedrali e nelle scuole teologiche.
 
Una nuova veste editoriale si ebbe con la Bible Parisienne, una Bibbia che conteneva tutti i testi della Scrittura in un solo volume e in formato ridotto, senza glosse all'interno del testo. I vantaggi furono notevoli: facile da trasportare e adatta alla lettura personale. Tale modello si diffonderà anche in altri paesi europei (Italia e Spagna).
 
Un capitolo a parte assumono all'inizio del XIII secolo le Bibbie dei poveri, così denominate perché attraverso le immagini volevano istruire il popolo e favorire la memorizzazione dei testi biblici. Tali edizioni si susseguono, e con l'invenzione o l'importazione della xilografia (singole pagine e piccoli documenti furono stampati utilizzando matrici ricavate da tavole di legno) se ne ha una vasta diffusione. Questa tecnica era conosciuta dai cinesi già nel VI secolo, se non prima, e in Giappone risale al 764 circa. Nel continente europeo la xilografia fu utilizzata inizialmente per stampare disegni su seta, stoffa e pergamena. Più tardi entrò nell'uso comune la carta. Normalmente, un singolo foglio stampato consisteva in un quadro o in un testo breve, o entrambi; un solo foglio alla volta, piegato a metà, serviva per fare due pagine. Mettendo insieme un certo numero di questi fogli si formava un «libro». Le «Bibbie dei poveri» si basano su un principio semplice: attraverso le immagini sono accostati i testi dell'Antico Testamento e del Vangelo, in esse vi è tutto un simbolismo che facilita il riconoscimento dei personaggi e comunica le caratteristiche sull'andamento del testo biblico.
     ... le governerà con scettro di ferro
                           ...come argilla si frantumeranno ...
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