Il Testamento di Dio

Benvenuti nel sito della Critica Testuale di Ebraico e Greco

Vai ai contenuti
Torah
Il contesto delle codificazioni legali del Vicino Oriente Antico
Alcune osservazioni ma non tutte
Per quanto talvolta si obietti alla resa del nome Torah, attribuito ai primi cinque libri della Bibbia ebraica, con l'italiano "Legge" (e prima ancora, a partire dal III secolo a.C., con il greco nomos), indicando piuttosto come "insegnamento", non v'è dubbio che parte della Torah sia costituita da testi di carattere legale. Lo dimostra anche tutta una serie di attestazioni del modo in cui la tradizione ebraica ha inteso quei libri. Ci limitiamo alla definizione di Giuseppe Flavio (I sec. d.C.): "... cinque sono i libri di Mosè, comprendenti le leggi e la storia tradizionale dalla nascita dell'uomo fino alla morte del legislatore" (Contro Apione 1,38-40).
L'aver notato con Giuseppe il carattere composito della Torah in quanto costituita di leggi e storia tradizionale ci servirà quando si porrà la questione della modalità specifica di "codifica" della legislazione ebraica. Individuare all'interno della Torah i raggruppamenti testuali che si vuole definire "codici" sulla scorta di una tradizione di studi ormai ben consolidata, sia per qualsiasi lettore attento il controllare anche nella forma sbiadita di una traduzione perché si tratta di suddivisioni contenutistiche per lo più macroscopiche, a causa di precisi marcanti narrativi. Si continuerà a usare la parola "codice" tra virgolette, per ricordare che si tratta di un concetto non espressamente presente nelle lingue e nelle culture che esamineremo.
I “codici” biblici
I maggiori gruppi di leggi all'interno del Pentateuco sono i quattro seguenti - seguiti da qualche breve citazione a titolo di esempio del rispettivo tenore.
1) Codice (o libro) dell'alleanza; costituito da Esodo 20,22-23,33. Il nome deriva da Esodo 24,7: "(Mosè) prese il libro dell'alleanza e lo lesse agli orecchi del popolo...".
Esempio: (Es 20:22-21,3): Il Signore disse a Mosè: «Così dirai ai figli di Israele: Voi avete visto che ho parlato con voi dal cielo. Non farete accanto a me dèi d'argento e dèi d'oro: non ne farete per voi. Farai per me un altare di terra e vi sacrificherai sopra i tuoi olocausti, i tuoi sacrifici di comunione, il tuo gregge e i tuoi armenti: in ogni luogo in cui ricorderò il mio nome, verrò da te e ti benedirò. Se farai per me un altare di pietra, non lo costruirai di pietra tagliata, perché colpendolo con la tua lama lo profaneresti. E non salirai al mio altare per mezzo di gradini, perché là non si mostri la tua nudità. Queste sono le leggi che esporrai davanti a loro. Quando acquisterai uno schiavo ebreo, ti servirà per sei anni e al settimo sarà messo in libertà, senza riscatto. Se è venuto solo, solo uscirà; se era sposato, uscirà con la propria moglie...
(Es 22,24-27): Se tu presti denaro al mio popolo, al povero che è con te, non ti comporterai come un creditore: non gli imporrete interesse. Se prendi in pegno un mantello del tuo prossimo, glielo restituirai al tramonto del sole, perché quello è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle, con il quale dormirà: altrimenti, quando griderà a me, lo ascolterò, perché io sono misericordioso. Non bestemmierai Dio né maledirai un capo del tuo popolo.
2) Codice deuteronomico: Deuteronomio 12-26. Già il titolo in greco, "Seconda legge", rende palese che si tratta di un codice relativamente più recente.
Esempio (Deuteronomio 12,1): Queste sono le prescrizioni e i decreti che baderete di praticare nella terra che il Signore, Dio dei tuoi padri, ti ha dato da conquistare, per tutti i giorni della vostra vita su quel suolo...
3) Codice di santità: Levitico 17-26. Così definito perché vi ricorre la formula: "Dovete essere santi perché io, Jhwh, sono santo".
Esempio (Levitico 17,1-4): Il Signore disse a Mosè: «Parla ad Aronne, ai suoi figli e a tutti i figli d'Israele e di' loro: Questo ha prescritto il Signore: chiunque della casa d'Israele uccida nel campo un toro o un agnello o un capro o chi lo uccida fuori del campo e non lo porti all'ingresso della tenda del convegno per farne un'offerta al Signore davanti alla dimora del Signore, quell'uomo sarà considerato reo di sangue: ha sparso sangue e sarà eliminato dal suo popolo...
(Levitico 26,1-6): Non fatevi idoli, non erigetevi statue o stele; non ponete nella vostra terra pietre lavorate per prostrarvi davanti ad esse. Io infatti sono il Signore Dio vostro. Osservate i miei sabati e venerate il mio santuario. Io sono il Signore. Se vi comporterete secondo le mie leggi, se osserverete i miei precetti e li metterete in pratica, io vi darò le piogge al loro tempo e la terra darà i suoi prodotti e gli alberi della campagna daranno il loro frutto; la trebbiatura durerà fino alla vendemmia e la vendemmia durerà fino alla semina; mangerete il vostro pane a sazietà e abiterete tranquillamente nella vostra terra. Io darò pace alla terra; voi potrete coricarvi senza che nulla vi spaventi. Farò scomparire ogni bestia feroce dalla terra e la spada non passerà nella vostra terra.
(Levitico 26:14-16): Ma se non mi ascolterete e non metterete in pratica tutte queste norme, se prenderete in disgusto le mie leggi e rigetterete i miei precetti, senza mettere in pratica tutte le mie norme, rendendo vano il mio patto, anch'io farò questo a voi: vi punirò con il tremore, la consunzione e la febbre che consumano gli occhi e tolgono il respiro. Seminerete invano la vostra semente e i vostri nemici la mangeranno...
4) Codice sacerdotale: Numeri 28-30.
Esempio (Numeri 28,1-3): Il Signore disse a Mosè: «Ordina ai figli d'Israele e di' loro: Avrete cura di presentarmi a suo tempo la mia offerta, il mio cibo, sotto forma di sacrificio da consumare con il fuoco, in odore gradevole che mi placa. Dirai loro: Questo è il sacrificio da consumarsi con il fuoco che offrirete al Signore: agnelli di un anno, integri, due per giorno, olocausto perenne...(Numeri 30,23) Mosè disse ai capi tribù dei figli d'Israele: «Questo è quanto il Signore ha ordinato: se un uomo fa un voto al Signore o si lega con un giuramento, non violi la sua parola: faccia secondo tutto quello che è uscito dalla sua bocca.
    Gli esempi riportati certo non sono esaurienti, ma risulta comunque che questi "codici" raccolgono disposizioni di argomento vario - cultuale, liturgico e di diritto civile e penale -, precedute da un prologo che ne fornisce l'ambientazione concettuale e storica. Non ci porremo il problema della datazione delle singole raccolte, ricordando però che la loro forma attuale, all'interno della Torah/Pentateuco, risale a un'epoca tra il VI e il III secolo a.C.
I “codici” del Vicino Oriente
Ben più antichi sono i "codici" del Vicino Oriente antico, che sono anche le prime attestazioni di raccolte di leggi dell'umanità. In ordine cronologico, si tratta dei seguenti testi:
- Codice sumero di Ur-Nammu, un usurpatore che fondò la terza dinastia di Ur, regnando dal 2112 al 2095 a.C.; è frammentario, senza epilogo e con il prologo relativamente ampio ma molto danneggiato. Contiene una trentina di casi in forma ipotetica.
- Codice sumero di Lipit-Ishtar, re di Isin (1934-1924 a.C.), pervenuto grazie a frammenti di copie che si usava farne e quindi ricostruito sulla base di testi diversi. Il prologo è completo, la sezione giuridica con una cinquantina di leggi in forma ipotetica in parte danneggiata, l'epilogo è mutilo.
- Leggi paloebabilonesi di Eshnunna (città il cui regno occupava la regione tra Mesopotamia ed Elam, solcata dal fiume Diyala, affluente del Tigri). Sono databili al XIX secolo a.C. e consistono di una collezione di più di cinquanta leggi in accadico, precedute da un breve prologo. Se ne hanno due esemplari.
- Codice babilonese di Hammurapi. Di certo il più famoso, ne possediamo addirittura la stele (o una stele) fatta scrivere dal re in persona prima del 1750: in diorite, più di 2 m di altezza, nel XII sec. a.C. fu portata a Susa, capitale dell'Elam, da un sovrano elamita che ne fece cancellare sette colonne, forse per farvi incidere una propria iscrizione. Ora la stele si trova al Louvre. Siccome il codice era considerato un testo di valore letterario, tanto da essere usato nelle scuole, ne furono fatte molte copie su tavolette e grazie ad esse è stato possibile colmare la lacuna. Nelle edizioni moderne la parte giuridica è divisa in 282 articoli, tutti salvo 5 in forma ipotetica.
- Le leggi medioassire, che rappresentano probabilmente la civiltà del paese verso il XIV-XIII sec. a.C., per quanto ci siano pervenute in una compilazione dell'epoca di Tiglat-pileser I (XI sec. a.C.). Si tratta del frammento di un codice di grandi dimensioni, diviso in dieci sezioni che vertono per lo più su di un tema dominante. La tavoletta A, per esempio, contiene la sola sezione che ci sia stata tramandata completa, con 59 articoli relativi al diritto della donna. La tavoletta B, conservata per metà, contiene articoli sulla proprietà fondiaria; altri frammenti sono molto parziali.
- Leggi ittite. Il codice ittita si ritiene compilato durante l'antico regno (XVII-XVI sec. a.C.). Già anticamente lo si divideva in due raccolte di un centinaio di leggi ciascuna, chiamate, in base alle parole iniziali, "Se un uomo" e "Se una vigna". Si tratta di un'opera di raccolta in fieri, come risulta dal cosiddetto "testo parallelo" (XIII sec. a.C.), un ampio frammento della raccolta "Se un uomo" che riporta circa 61 articoli, evidentemente emendati e variati al confronto con l'originale, in base ai tempi nuovi oppure in relazione a usi regionali.
Per quanto riguarda l’Egitto la situazione è diversa, nel senso che non ci sono noti testi affini alle suddette codificazioni. Comparabile ai codici asiatici potrebbe essere l’Editto di Horemheb (XIV sec. a.C.), a causa della struttura tripartita prologo-leggi-epilogo e del tono celebrativo. Ma la sua parte giuridica è un elenco di decreti reali, non di regole di giustizia. A quanto pare in Egitto la codificazione non aveva un posto così rilevante come in Asia. Ciò nonostante, abbiamo testimonianza che esistessero testi di uso giuridico; per esempio, nelle “Lamentazioni di Ipuwer”, che denunciando il disordine che imperversa nel paese durante il primo periodo intermedio (XXII-XXI sec. a.C.), si dice: “In verità, le leggi dell’aula del giudizio sono gettate fuori: ci si cammina sopra per le vie, e i miserabili le fanno a pezzi nelle strade”. La testimonianza sicura di un’opera di codifica delle leggi in Egitto risale a un’epoca ben più tarda, quella del dominio persiano: Dario ordinò che una commissione di sacerdoti, militari e scribi compilasse una raccolta delle leggi egiziane e il lavoro dovrebbe essere stato completato nel 503 a.C.
Le “regole di giustizia”
Prima di domandaci quali siano le caratteristiche specifiche dei "codici" sopra elencati, esamineremo gli elementi minimi che li compongono. Alla base delle diverse codificazioni - di carattere politico, religioso o erudito - sta infatti come elemento primo la regola di giustizia, la quale ha schemi formali che è necessario considerare con attenzione.
Innanzitutto, la regola di giustizia appare formalmente come impersonale e, in quanto affermazione che si presenta come universale e non ha uno specifico destinatario, si avvicina alla massima sapienziale. Le sue modalità espressive si presentano con sostanziale omogeneità e costanza nelle varie lingue e nei vari ambienti.
La più diffusa e caratteristica modalità è quella ipotetica. Che si trattasse di una forma quasi connaturata con l'espressione della legge, risulta da un documento mesopotamico che definisce "raccolta di ipotesi e di (provvedimenti di) rettitudine" quel che noi chiameremmo "codice".
È notevole che lo stesso schema formale sia normalmente impiegato anche nei presagi e nelle prescrizioni mediche. Così suonano i presagi: “Se in una città i ciechi sono numerosi, nella città regna l’afflizione”; “Se una serpe cade su un malato, la sua malattia si protrae, poi egli guarisce”. E così un testo medico: “Se egli giace malato per un giorno intero, se poi la sua testa lo divora, mette di continuo le mani sul ventre, emette lamenti, toglie continuamente le mani dal ventre, in tal caso morrà”. L'osservazione dei nessi tra aspetti e manifestazioni del reale sta alla base di questo linguaggio, che individua una relazione causa-effetto e perciò può ben essere considerato "scientifico". In ambito legale, adottarlo significa esprimere la legge in termini di causa ed effetto: quel che deve essere fatto è l'oggettiva conseguenza dell'atto o del comportamento considerato: "Se un uomo rapisce il figlio piccolo di un (altro) uomo, sarà ucciso" (Codice di Hammurapi § 14).
Il modello formale ipotetico o condizionale ha il pregio della chiarezza ed è anche flessibile, in quanto permette di inserire nella formula base un numero anche elevato di specificazioni:
"Se una donna il cui marito è morto non se ne va dalla sua casa alla morte di suo marito, se suo marito non le ha assegnato nulla per iscritto, abiterà in casa di uno dei suoi figli, dove sceglierà; i figli di suo marito la manterranno: si metteranno d'accordo su di lei, per il suo cibo e per la sua bevanda, come per una fidanzata che amino. Se è moglie di secondo rango e non ha figli, abiterà con uno dei figli del marito: essi la manterranno in comune; se ha figli, e i figli della moglie di primo rango non accettano di mantenerla, abiterà in casa di uno dei suoi figli, dove sceglierà: i suoi figli la manterranno ed essa lavorerà per loro. Se però tra i figli di suo marito uno l'ha presa (per moglie), quello che l'ha presa la manterrà e i suoi figli (?) non la manterranno" (Leggi medioassire, tav. A § 46).
Le più antiche raccolte di leggi si attengono costantemente alla formulazione ipotetica, ma non mancano eccezioni, come la seguente: "L'uomo che sarà sorpreso nella casa di un muškenum, nella casa in pieno giorno, verserà 10 sicli d'argento; (l'uomo) che sarà sorpreso nella casa di notte, morirà, non sopravvivrà" (Leggi di Eshnunna § 13). Questa formulazione, che suona più perentoria, è definita relativa o apodittica.
Nel corso del tempo accanto alla formulazione ipotetica classica subentrano sempre più frequentemente formulazioni apodittiche, che mettono subito in evidenza la persona in questione, definendo subito dopo il fatto e le eventuali eccezioni ed enunciando infine la conseguenza.
In base all'osservazione che anche nella storia del diritto romano si sostituisce progressivamente a un tipo arcaico di legge introdotta da si un tipo introdotto da qui o quicumque, è stato proposto che il diffondersi della formulazione relativa in luogo di quella ipotetica risponda a un'evoluzione del pensiero giuridico. Ma, almeno per quanto riguarda il Vicino Oriente antico, un'interpretazione evolutiva come questa non regge: in realtà le più antiche regole di giustizia mesopotamiche, attestate da iscrizioni di Urukagina di Lagash (circa 2350 a.C.), sono di tipo relativo: "Un cliente del re cui nasca un buon asino e cui il suo superiore dica: Voglio comprarlo - Se all'atto dell'acquisto gli dice: Pagami l'argento che desidero, e non si accorda sulla vendita, il superiore non lo colpisca furiosamente". Anche se l'Egitto, come si è detto, è assai meno rappresentato dell'Asia in questo tipo di documentazione testuale, in quell'ambiente solo tardi sono documentate leggi ipotetiche, mentre formulazioni relative si trovano fin dal II millennio. Si veda il seguente esempio: "Coloro che faranno atto ostile o malvagio contro le statue, gli altari, i sacelli, le iscrizioni e i monumenti, quali che siano, che si trovano in tutti i templi e in tutti i santuari - la mia maestà non permetterà che entrino in possesso dei beni dei loro padri, che raggiungano i beati nella città divina, che siano tra i viventi nella città divina."
Perciò è più probabile che l'impiego dei due modelli, quello ipotetico quello e relativo /apodittico, derivi da una scelta stilistica più che da uno sviluppo cronologico/ideologico.
Tale scelta è condizionata anche dalla sfera in cui si colloca la regola di giustizia: infatti la natura prettamente apodittica della formulazione relativa risalta nelle forme del comando e del divieto, espresso in seconda persona: "Non aprire il mio coperchio e non disturbarmi!" (Iscr. di Tabnit), o in forma di maledizione: "Maledetto colui che giace con sua suocera!" (Deuteronomio 27,23). Si tratta di espressioni ingiuntive, categoriche e incondizionate, la cui sfera più appropriata è quella sacrale. Queste ingiunzioni sono espressioni avvicinabili alla regola di giustizia in quanto le si può tradurre abbastanza facilmente in formule ipotetiche o apodittico-relative ("Non devi aprire il coperchio", "Se giacerai con tua suocera sarai maledetto").
La traducibilità formale, ovvero la possibilità per la regola di giustizia di essere enunciata secondo l'uno o l'altro modello, soggiace a quasi tutti i casi. "Non lascerai vivere la strega" (Esodo 22,18) equivale a "La donna che pratica la stregoneria sia uccisa" e anche a "Se una donna pratica la stregoneria sarà uccisa". La differenza non è quindi sostanziale ma stilistica, influenzata oltre che dalla sfera in cui si colloca l'enunciato anche dall'atteggiamento psicologico: il comando apodittico esprime il massimo di soggettività e di tensione, mentre la forma ipotetica comunica almeno il tentativo di oggettività e un certo distacco.
Questa distinzione non va però intesa così rigidamente da costituire il criterio per una ripartizione cronologica, e neppure per definire ambienti e modi di pensare rigorosamente distinti. Nei testi biblici le formulazioni si alternano. Si può dire che di solito sono apodittiche le norme più connaturate con l'etica e la religione, mentre le formulazioni ipotetiche sembra che coincidano con il patrimonio di leggi radicato nel diritto orientale comune. In sostanza, la forma apodittica rimanda alla sfera e alla mentalità del patto, quella ipotetica al clima della tradizione.
Una terza modalità espressiva è la semplice constatazione: "Il prezzo di un bue da aratro è 12 sicli d'argento" (Leggi ittite), oppure "Al figlio di famiglia e allo schiavo non si fa credito" (Leggi di Eshnunna).
Un patrimonio giuridico condiviso
Abbiamo fatto riferimento poco sopra al "diritto orientale comune". L'espressione significa che i casi, e i modi di descriverli e di risolverli, presentano assai di frequente un'impressionante affinità, anche se nessi e corrispondenze appaiono complessi, in tutte le epoche e gli ambienti. Le norme di giustizia espresse in queste formulazioni tipiche, che ricorrono in codici, trattati, editti e altri tipi di compilazioni di lingua, epoca e civiltà differente sono quindi la manifestazione di un patrimonio legislativo vicino-orientale comune. Si veda il caso del bue che cozza. La prima regola appartiene alle leggi di Eshnunna:
Se un bue ha cozzato contro un bue e ne ha provocato la morte, i due padroni dei buoi divideranno il prezzo del bue vivo e la carcassa del bue morto. Se un bue era solito cozzare e (gli anziani del) quartiere l'avevano notificato al padrone, ma (egli) non ha custodito il suo bue che ha cozzato contro un uomo e ne ha provocato la morte, il padrone del bue verserà 2/3 di mina d'argento. Se ha cozzato uno schiavo e ne ha provocato la morte, verserà 15 sicli d'argento.
La seconda regola al Codice di Hammurapi:
Se un bue, andando per la strada, ha cozzato un uomo e ne ha provocato la morte, quest'affare non comporta querela. Se il bue di un uomo era solito cozzare e (gli anziani del) quartiere avevano notificato al padrone come fosse solito cozzare, ma egli non gli aveva tagliato le corna e non aveva custodito il proprio bue, e questo bue ha cozzato il figlio di un uomo e ne ha provocato la morte, (il padrone del bue) darà 1/2 mina d'argento. Se (si trattava del)lo schiavo di un uomo, darà 1/3 di mina d'argento.
Infine la versione biblica, dal Codice dell'alleanza (Es 21,28-32.35-36):
Se un bue cozza a morte con le corna un uomo o una donna, il bue sarà lapidato: la sua carne non si mangerà e il padrone del bue sarà ritenuto innocente. Ma se quel bue cozzava già prima con le corna e si era avvertito il suo padrone senza che lo sorvegliasse, e fa morire un uomo o una donna: il bue sarà lapidato, ma anche il suo padrone dovrà morire. Se gli è imposto un risarcimento, in riscatto della sua vita dovrà dare tutto quello che gli è imposto. Se il bue cozza con le corna un figlio o una figlia, si procederà secondo questa stessa legge. Se il bue cozza con le corna uno schiavo o una schiava, si darà al padrone trenta sicli in denaro e il bue sarà lapidato. [Se uno apre una cisterna o scava un pozzo e non lo copre, e vi cade un bue o un asino, il padrone del pozzo pagherà l'indennizzo al suo padrone, e l'animale morto sarà suo.] Se il bue di uno ferisce il bue del suo prossimo a morte, venderanno il bue vivo e faranno a metà del suo denaro; anche del morto faranno a metà. Ma se è noto che quel bue cozzava già da tempo con le corna e il suo padrone non l'ha sorvegliato, dovrà pagare bue per bue e il bue morto sarà suo.
Le versioni mesopotamiche sono evidentemente più prossime sul piano linguistico e nell'ambientazione.
Ecc……..
     ... le governerà con scettro di ferro
                           ...come argilla si frantumeranno ...
© 2018 iltestamentodidio.it. Tutti i diritti riservati
Torna ai contenuti